Siamo abituati a ritenere che le culture si comportino come i colori sulla tavolozza di un pittore: ben definiti e separati tra di loro quando l’artista si appresta ad iniziare il dipinto, finiscono poi per contaminarsi mano a mano che l’opera procede ed i colpi del pennello passano da un colore all’altro; i margini del blu iniziano ad entrare in contatto con il vicino giallo dando per risultato un variegato verde, bianco e nero producono il grigio, rosso e giallo danno come risultato l’arancio e cosi via. Poco alla volta si formano dei colori “derivati” che, appena evidenti all’inizio, con il passare del tempo finiscono per occupare sempre più spazio sulla tavolozza così che il pittore, ad un certo momento, deve ripulirla per tornare ad avere colori freschi con i quali lavorare.

Nel caso della cultura l’esempio più evidente di questa contaminazione è dato dal linguaggio; due termini dissimili in aree distanti tra loro finiscono per dare luogo ad nuovo termine nato dall’unione dei due quando ci avviciniamo alle zone di confine tra le due aree.

Ce ne offre un esempio Augusto Stacchini in un suo articolo sulla rivista “la Ludla”[1] in cui ci fa notare come l’aratro venga chiamato parghér a nord dell’Ausa, mentre si usa il termine partighér a sud di quel torrente.

Lo stesso autore però ci fa anche notare come un ostacolo naturale tra due aree geografiche vicine possa rappresentare un limite a questo fenomeno di reciproca intrusione, proprio perché quello stesso ostacolo diventa un elemento limitante del movimento fisico delle persone, con il conseguente effetto di rendere più difficili anche gli scambi culturali tra cui principalmente i linguaggi.

Proprio a riguardo del linguaggio Stacchini ci ricorda come la coppia di buoi usati per l’aratura nella sua famiglia, che viveva a nord dell’Ausa, venissero chiamati e a Bunì, mentre i confinanti vicini di casa, che comunque gestivano un podere a sud dello stesso torrente, utilizzavano i termini Faicò e Namurè, che indubbiamente dal punto di vista dell’etimo appaioni termini completamente diversi. Ciò era il segno evidente di come il torrente fosse proprio quell’ostacolo naturale che rendeva ardua la nascita di nuovi termini “amalgama”.

Un caso analogo, tratto dai ricordi di chi scrive, riguarda la falce, ed esattamente la lunghezza della lama. Ricordo di aver visto due persone, vicine di casa, che chiacchieravano durante una pausa del lavoro di falciatura delle erbe infestanti dei loro appezzamenti di terreno. Appoggiati alla rete di recinzione divisoria delle loro proprietà, tenevano la falce in verticale con la lama in alto, appoggiata al corpo; ciò che si notava immediatamente era che una delle lame era più lunga dell’altra di una decina di centimetri circa.

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Questo fatto aveva una spiegazione molto semplice. Uno dei due viveva nell’ultima frazione sud del comune di Cervia e l’altro in quella nord di Cesenatico; a causa di ciò erano evidentemente abituati ad acquistare i loro utensili da lavoro da rivenditori che facevano capo ai rispettivi centri agrari (Ravenna per uno e Forlì-Cesena per l’altro). Ma il territorio ravennate è fatto di ampi spazi larghi e pianeggianti, dove si può falciare senza preoccuparsi delle eventuali dislivelli del terreno (quindi con una lama lunga), mentre nell’altro territorio, composto anche di colline oltre che di zone pianeggianti (quindi con frequenti presenze di dislivelli, di zone non perfettamente in piano, di torrenti dal corso tortuoso) una lama più corta rende più facile la stessa operazione. E’ appena il caso di rilevare che in questo caso i due terreni confinanti avevano, naturalmente, la stessa geomorfologia - in termini più usuali ‘erano esattemente identici’ – per cui la falciatura si sarebbe potuta compiere tranquillamente con due falci simili.

In questo caso l’ostacolo alla diffusione di un identico strumento di lavoro non era qualcosa di fisico, come nel caso del torrente Ausa, ma un’abitudine culturale, quella di affidarsi a centri di riferimento usuali per le proprie transazioni commerciali; infatti in anni in cui non esistevano così tanti negozi per la vendita di materiale per il giardinaggio come succede oggi, per gli acquisti del materiale necessario alla cura del verde privato ci si rivolgeva ai Consorzi Agrari, società cooperative organizzate su base provinciale, con punti di vendita situati solo nei vari capoluoghi di provincia; per questo motivo due vicini di casa, abitanti ai confini di due diverse province, finivano per acquistare utensili diversi per terreni simili.

Ma nonostante la differenza degli etimi dovuta agli ostacoli di cui si diceva, è interessante notare, comunque, come il percorso mentale che portava alla creazione dei termini seguiva logiche pressochè simili.

Possiamo rendercene conto proprio esaminando il caso dei sopracitati e Bunì, nomi che i contadini romagnoli danno non solo ai due buoi aggiogati all’aratro, ma a volte anche alle vacche.

Sia per Stacchini che per Anselmo Calvetti (come avremo modo di chiarire più avanti) i termini nascerebbero dal modo con cui si procedeva all’operazione di aratura.

Occorre prima di tutto ricordare che gli antichi romani, sia nel Lazio che nelle terre italiane da loro occupate poco per volta – e quindi anche nelle nostre zone – utilizzavano la cosidetta “aratura bustrofedica”. Si trattava di un metodo che prevedeva di arare un campo procedendo in un verso (ad esempio da destra a sinistra) ed arrivati al limite dell’appezzamento giravano l’aratro per procedere a ritroso in senso opposto (da sinistra a destra); ripetevano poi la stessa operazione più volte, fino al completamento dell’aratura (vedere schema riportato). In questo modo uno dei buoi avevano le zampe sempre sul solco mentre l’altro, avendole sul terreno smosso – e quindi più friabile -  aveva una maggiore difficoltà di procedere.

E’ probabile che a ciò si ponesse rimedio, almeno in parte, con l’aggiogare all’aratro due animali di razza diversa: uno era il bue dal pelame rossiccio di origine locale, derivante dall’antico Uro (o Bos primigenius); l’altro, più forte e resistente, era un bue bianco ottenuto dall’incrocio delle razze locali con il Bos asiaticus importato dalla venuta dei Celti in Italia nel periodo dal VII al V secolo a.C.

Va da se’ che era il bue bianco a dover percorrere il tragitto più faticoso.

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Nonostante questo accorgimento poteva ugualmente succedere che i due animali si muovessero in maniera diversa, ossia che uno tendesse ad avanzare di più rispetto all’altro. Occorreva quindi dare dei comandi all’uno o all’altro dei buoi per rallentarli, o farli procedere più velocemente, da cui (secondo Stacchini) l’ordine (dal latino ruo, ‘andare’) era il comando che indicava al bue di prodere, mentre Bunì (dal latino bonus, ‘calmo’ ‘buono’,) era il comando con il quale il bue tendeva a trattenersi. Tutto  ciò  avveniva,  come abbiamo visto,  a nord

dell’Ausa ed era un retaggio, secondo l’autore, del linguaggio nato dalla fusione del linguaggio gallo-celtico con quello dei predecessori villanoviani, ma ormai ampiamente “latinizzato” dall’uso di termini romani di origine popolare. A sud dell’Ausa il comando per far procedere più velocemente l’animale era Faicò (dal latino fac locum, ‘fai spazio’) mentre per rallentare era Namurè, che veniva dalla contrazione della frase ne moveris (dal latino ‘non muoverti’). In questo caso l’origine dei termini, sempre secondo l’autore, sarebbe invece esclusivamente latina.

Anselmo Calvetti[2], che analizza solo il caso dei nomi e Bunì, non sembra essere molto convinto dell’ipotesi dell’aggiogamento di due buoi di diversa forza fisica per compensare le differenti difficoltà dei percorsi degli animali, ma ritiene piuttosto che gli ordini ai buoi, ed i relativi nomi, derivino esclusivamente dalla necessità di dover comunque tenere gli animali sotto controllo.

I termini nascerebbero perciò dall’incitazione rivolta via via ad uno o all’altro degli animali, azione svolta non dall’aratore, ma da una ragazza che lo aiutava nell’operazione di aratura dedicandosi proprio al controllo dei buoi. La ragazza era detta zarladora perché usava la zerla per incitare gli animali (una sorta di bastone, o una canna, antenato del pungolo, dal verbo zarlê, ossia ‘toccare‘) ma anche buvarena, proprio perché addetta ai buoi. Rimanda l’origine dei loro nomi al colore del pelo piuttosto che a verbi legati al concetto del moto. Ritiene che derivi da rubeus (‘rosso‘) e Bunì (in alcune zone Bunìn, o anche nell’ulteriore contrazione ) deriverebbe dall’aggettivo latino per ‘bianco‘ (albinus) secondo la trasformazione (al)(nus) > (al)bunì(nus).

D’altro canto, ricorda sempre Calvetti sullo stesso lavoro, anche in quelle zone della Romagna dove si usano termini ancora diversi per i due buoi, l’origine etimologica rimanda sempre ai colori; cita infatti che a S. Marco, nel territorio ravennate, gli animali sono chiamati Gèla e Riba, nomi che rimandano chiaramente a zala (‘gialla‘) e ancora una volta a rubeus.

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Aldilà delle differenti ipotesi sull’origine dei termini, sulle quali ognuno è libero di sposare quella che ritiene più consona alle proprie idee, la conclusione più rilevante che discende da quanto riportato  è che ci troviamo ancora una volta di fronte all’evidenza che “la Romagna non è un continuum curturale”. Questa è un’affermazione che tutti i Romagnoli sono disposti ad accettare quando lo scrivono su una rivista, lo discutono in un convegno o semplicemente ne parlano freddamente; sembra però che siano un po’ meno disposti ad accettarlo quando si trovano in situazioni meno formali, più conviviali, o anche in un monologo teatrale recitato solo per scherzare - ma non si sa poi quanto – (invito a rivedere su internet il monologo di Ivano Marescotti sulla Romagna[3]).

Negli anni ”30 dello scorso secolo lo storico e archeologo Massimo Pallottino affermò che era ora di finirla di questionare sull’origine degli Etruschi, perché aveva più senso discutere di quello che era stato il loro apporto culturale quando divennero un popolo italico – e quindi come risultato di molteplici ibridazioni con altri popoli – piuttosto che cercarlo nei residui di fumose e discutibili origini. Questo concetto,  definito  ‘teoria della formazione’, viene oggi ampiamente accettato rispetto alla precedente e più screditata ‘teoria dell’origine’, e non solo in archeologia. D’altro canto, per quanto riguarda i linguaggi, aveva affermato un’idea analoga anche Friedrich Schürr, uno dei più importanti studiosi del nostro dialetto, quando scrisse: “Non esiste un dialetto romagnolo, ma un’infinità di ‘parlate’ romagnole digradanti di luogo in luogo, quali continue variazioni su un fondo comune.[4]” 

Però l’Italia è il paese dei campanili, degli eterni guelfi e ghibellini, e se a questo si associa il carattere polemico dei Romagnoli è scontato che si continui ad assistere alle scontate polemiche sulla ‘vera piadina romagnola’, sul ‘vero sangiovese’ … e così via.

Ma se è vero che facciamo di tutto perché la cultura romagnola non vada dispersa in quanto le differenze regionali rappresentano un valore all’interno della cultura nazionale, dobbiamo convenire che lo stesso concetto vale anche in scala minore, per cui sono valori importanti anche le differenze intraregionali.

[1] Augusto Stacchini : Torrente Ausa, La Ludla, 4 maggio 2004.

[2] A. Calvetti: Rò e Bunìn, Società di Studi Romagnoli, XXXV (1984).

[3] Il monologo di Marescotti si può visionare all’indirizzo: https://www.youtube.com/watch?v=6hKN6II-Tdc

[4] L’idea di Pallottino si rifaceva anche agli studi del genetista Luca Cavalli Sforza.