Note a margine di un lavoro di Anselmo Calvetti

Nelle tradizioni orali della Romagna non è difficile trovare riferimenti agli astri, particolarmente a quelli notturni; la scarsa luce notturna permette di poter vedere facilmente le stelle e la luna, mentre il sole, con il suo abbagliamento, non consente la visione di nessun altro corpo celeste.

Per i nostri antenati, che dipendevano dalla situazione meteorologica per la gestione delle colture e non potevano contare sulle moderne tecniche delle previsioni del clima, era estremamente importante potersi affidare a indicazioni sufficientemente sicure sull’andamento della temperatura nel corso dell’anno, e queste erano prese dalla volta celeste: le più comuni erano le posizioni della luna e delle stelle più luminose. Questo è il motivo per cui i più antichi calendari in tutto il mondo erano “lunari”, ossia basati sulle variazioni cicliche del nostro satellite, e per lo stesso motivo ancora oggi tante pratiche agricole sono tradizionalmente legate ai cicli della luna.

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A sinistra la costellazione di Orione come la si può apprezzare anche ad occhio nudo; a destra il cacciatore raffigurato sullo schema delle stelle.

Non sorprende quindi, come ci ricorda Anselmo Calvetti in uno dei suoi lavori[1], che Venere (quindi non una stella ma un pianeta; comunque possiamo perdonare ai nostri antenati questa piccola mancanza di conoscenza) fosse chiamata Starlôn, o Pirbórs; accortisi poi che Venere era visibile dal tramonto all’alba, cominciarono a differenziare tra prem e sgond Starlôn (primo e secondo Stellone) o anche Starlôn dla sêra (Stellone della sera) e Starlôn dl’êiba (Stellone dell’alba). La stella dell’alba (continuiamo a chiamarla “stella” per rispetto dei nostri antenati) era detta anche stëla buvarena (stella del bovaro) in quanto era la compagna dei bovari che si recavano al lavoro nelle prime ore dell’alba[2]. Nella zona di Castelbolognese la stella Sirio viene chiamata Pir Bursa, mentre a Faenza Pir Burson è nuovamente Venere. E’ facile intuire che queste differenze ed inversioni tra zone geografiche nascono da contaminazioni e da informazioni mal recepite e mal trasmesse.

Di queste definizioni in romagnolo Calvetti fornisce analisi etimologiche e folkloriche molto dettagliate.

Esistevano anche modi di dire legati agli astri. Durante le gelide notti invernali si sentiva dire: L’é acsè fred cu’s vid i sêt sidar (E’ così freddo che si vedono le sette stelle), frase a volte accorciata semplicemente in L’é i sêt sidar. Le sette stelle in questione erano le stelle della costellazione dell’Orsa Maggiore, ed il detto derivava dal fatto che nelle notti in cui la temperatura era molto bassa faceva gelare (e quindi precipitare al suolo) l’eventuale umidità presente nell’atmosfera, rendendo perciò l’aria tersa e la costellazione particolarmente visibile; cosa che invece non succedeva nelle notti estive, seppur prive di nubi, in quanto resa meno visibile dalla foschia spessissimo presente nell’umida pianura padana.

Sempre nello stesso lavoro Calvetti ci ricorda che le tre stelle che formano la Cintura della costellazione di Orione (chiamate dagli astronomi di oggi con i nomi di Alnitak, Alnilam e Mintaka) in romagnolo erano chiamate I tri re, I tri marchent, o I tri sgadur (I tre re, I tre mercanti, I tre falciatori).

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Un tipico paesaggio provenzale in un dipinto di Vincent van Gogh.

Mentre ci spiega il perché della definizione I tri marchent (Pir Bursa, la stella Sirio, attardatosi a cercare del denaro, insegue i tre mercanti con i quali vuole evidentemente concludere affari, senza riuscire a raggiungerli e, in effetti, la distanza di Sirio rispetto alle tre stelle della Cintura è sempre la stessa[3]) e sorvola sulla spiegazione facilmente intuibile de I tri re (definizione evidentemente mutuata dalla religione con riferimento ai tre Re Magi che si recano a Betlemme) non offre invece nessuna analisi circa la definizione I tri sgadur.

Da una indagine condotta da chi sta scrivendo si è trovato che i terminiI tre re, I re magi, I tre mercanti”, compaiono anche in altre zone del nostro paese, assieme ad altre definizioni, come “Il rastrello” (probabilmente assimilando le tre stelle a tre buchi sul terreno prodotti da questo arnese agricolo) o “I bastoni”.

Le stelle della cintura compaiono anche in altre culture: in quella araba vengono chiamate Al Nijād (la cintura), Al Nasak (la linea), Al Alkāt (i grani d'oro); i cinesi le chiamavano “l’asta della bilancia” e l’intera costellazione di Orione veniva definita “LaTigre Bianca dell'Ovest”; per i norreni la cintura era considerata come “La canocchia di Frigg” (o di Freyja); per gli ugro-finnici le stelle rappresentavano “La falce di Väinämöinen” (o la sua spada); nelle culture mesoamericane erano conosciute come Hapj, un termine che ha legami con l’attività della caccia; nella Bibbia vengono indicate come "Il bastone di Giacobbe" o "Il bastone di Pietro".

Come si può notare, però, termini che non hanno nulla a che fare con la falciatura.

Passando allora in rassegna alcune probabili interpretazioni del termine, la prima che viene alla mente è quella che le tre stelle siano state paragonate a tre uomini che falciano il grano procedendo su una stessa linea, anche se la spiegazione sembra un po’ troppo semplice e stiracchiata; oltretutto la pratica agricola della falciatura sembra abbia poco a che vedere con la figura mitologica di Orione.

Anche esaminando molto velocemente la sua storia, sulla quale ci sono molte e differenti versioni, sia nella cultura greca che in quella romana, non troviamo agganci con l’agricoltura, mentre se ne trovano se mai con la caccia.

C’è chi dice che Orione, un gigantesco cacciatore armato di un bastone indistruttibile, fosse figlio di Poseidone, il dio del mare, ed Euriale, figlia del re Minosse; chi invece nato da una pelle di bue su cui avevano urinato Zeus, Poseidone ed Ermes (da cui il suo più antico nome Urione, poi divenuto Orione). Si vantava di essere un bravissimo cacciatore, per questo suscitò l’ira di Artemide che mandò uno scorpione ad accecarlo (altri dicono ad ucciderlo). Per altri Artemide era invece innamorata di lui ma lo uccise per errore, a seguito di un inganno ordito da Apollo, che non gradiva il loro legame. Secondo un’altra leggenda l’accecamento di Orione era dovuto al suo nemico Enopione, ma i raggi del dio Sole gli restituirono la vista.

Anche in questo caso non sembra possibile identificare un solo argomento che possa rimandare a pratiche agricole, per cui a questo punto la ricerca ha percorso un’altra strada, quella della possibile provenienza del termine romagnolo da tradizioni di lingue diverse dall’italiano, nella speranza di trovare un vocabolo straniero che avesse potuto trasmettere alla Romagna un termine simile. Esaminando alcuni lavori che trattano di questioni riguardanti l’etimologia dei termini astronomici[4] è stata trovato, per le tre stelle della Cintura di Orione, l’antico termine provenzale citours, con il significato di “falciatore”.

Il provenzale è una delle lingue neolatine della famiglia d'Oc ancora parlata in Francia, ma che sopravvive anche in alcune vallate alpine italiane; in particolare è stata identificata una manifestazione tradizionale che si rifà al termine citour e che si tiene nei paesi della Valle Coumboscuro, una valle laterale alla Valle Grana, in provincia di Cuneo, ai confini con la Francia, in particolare in alcune cittadine che portano ancora nomi occitani: Sancto Lucìo, San Peire, Frise.

Chi scrive non possiede competenze sulla lingua francese né, tantomeno, su quella provenzale tali da poter stabilire le origini storiche e l’etimologia di questo termine, ma possiamo ipotizzare, a questo punto, una trasmissione di questo termine dalla Provenza, attraverso le valli succitate, fino alla Romagna. Un termine può subire una trasmissione nello spazio geografico per svariati motivi: può essere trasmesso da una popolazione migrante a quelle ospitanti (è il caso più comune); più essere ascoltato anche in poche singole occasioni ma colpire particolarmente l’ascoltatore perché chi lo profferisce occupa un ruolo particolarmente noto (o carismatico) nelle popolazioni che lo recepiscono (è il caso dei termini latini portati dagli amministratori romani nei terreni conquistati). Se poi tra i due idiomi esistono già delle affinità linguistiche questo fenomeno risulta ancora più facilitato.

Vedremo come tutte queste situazioni potrebbero essersi verificate.

Nel 1896 lo storico e filologo Tommaso Casini ritrovò, all’interno di un volume datato alla seconda metà del secolo XIII, composto per la maggior parte di contratti agricoli relativi a beni mobili posseduti dal monastero di San Severo nei territori di Forlì e Forlimpopoli[5], un componimento vergato secondo la metrica del “serventese”, una forma poetica che ebbe origine in Provenza. Si trattò di un rinvenimento molto importante, in quanto era il primo esempio di serventese in lingua italiana.

Successivamente Maria Martinez, moglie di Aldo Spallicci, ipotizzò degli apparentamenti tra il provenzale ed il romagnolo in un suo studio sul poeta provenzale Jaufre Rudel; espresse le sue ipotesi già nella sua tesi di laurea, nel 1921, poi in maniera più articolata, nel lavoro del 1935 “La poesia dialettale romagnola”[6]. Anche suo marito aveva la stessa convinzione, che espresse in un articolo su una pubblicazione, non più esistente, delle tradizioni della nostra regione[7]. Sebbene alcune delle ipotesi della Martinez siano state successivamente contestate da M. Vespignani[8], si trattava comunque di questioni riguardanti l’interpretazione di alcuni brani in dettaglio, e non dell’ipotesi di fondo.

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Costumi tipici della Provenza

Più recentemente, una pubblicazione del filologo G. Lachin è ritornata su questo argomento[9], giungendo a riportare la frase “i lirici in lingua provenzale ascrivibili all’area romagnola ed emiliana” , frase che esprime, se non la certezza, una buona probabilità di effettivi apparentamenti linguistici tra le due differenti regioni, apparentamenti che vanno al di là del semplice fatto che i due idiomi appartengono entrambi alle lingue neolatine. Per quanto riguarda la trasmissione dei termini da un idioma all’altro dovuti al contatto tra le relative popolazioni, non possiamo dimenticare che negli anni immediatamente successivi alla rivoluzione francese la Romagna fu una delle zone dell’Europa in cui le idee propugnate in quella occasione ebbero il maggior successo; molti giovani romagnoli, già di tendenze anticlericali, finirono per arruolarsi nei ranghi di quella parte dell’esercito napoleonico destinato a difendere il Regno d’Italia[10].

Questo fatto potrebbe aver portato ad un rapporto molto stretto tra romagnoli e francesi (tra cui magari vi erano anche dei provenzali) ed il termine citours (già per omofonia simile alla “cintura” di Orione) tradotto poi dai Francesi come “falciatore”, potrebbe aver fatto ritenere ai Romagnoli, acriticamente, che proprio quel termine fosse il nome dato alle tre stelle. L’ultimo passo fu l’uso dello stesso nella lingua parlata dai più, ossia il dialettale sgador (singolare di sgadur).

Naturalmente se questa l’analisi spiega l’accettazione del termine da parte dei Romagnoli non ne spiega l’origine etimologica e/o storica che, a questo punto, si dovrebbe eseguire partendo dal termine provenzale. Si rimanda il problema agli esperti di quella lingua.

[1] A. Calvetti: Alle origini di miti, fiabe e leggende. Teodorico ed altri protagonisti, Longo Editore, Ravenna, 1995. In particolare ci si riferisce al paragrafo intitolato: Piron, Pirbórs, Pirì Pipeta.

[2] L. Ercolani: Vocabolario romagnolo-italiano/italiano romagnolo, Edizioni del Girasole, Ravenna, 1993.

[3] G. Bagnaresi (Bacocco); Astronomia popolare, Manoscritto e carteggio “Bacocco”, n. 76, Biblioteca comunale di Castelbolognese.

[4] E. M. Bakich: The Cambridge Guide to the Constellations, Cambridge University Press, 1995; J. Gribbin, Enciclopedia di astronomia e cosmologia, Milano, Garzanti, 2005; A. Rinkley Allen: I nomi delle stelle ed i loro significati, 1936.

[5] Archivio dell’Abbazia di Sant’Apollinare in Classe, Corpus documentario delle Corporazioni religiose soppresse, aa. 1797 e 1805.

[6] M. Martinez; La poesia dialettale romagnola, Casa Editrice l’Arola, Milano, 1935.

[7] A. Spallicci: Parentele linguistiche e folkloristiche tra provenzale e romagnolo, La Pié, a. XII, n°3, marzo 1931, pagg. 50 e 51.

[8] M. Vespignani: Provenzali e Romagnoli, La Pié, a. LXXIV, n°1, genn/febb 2005, pag. 31. Il particolare argomento contestato da Vespignani è stato trattato da chi scrive nel lavoro: La zirudèla, in questo stesso sito alla pagina ARTICOLI/TESTI.

[9] G. Lachin: La tradizione manoscritta dei trovatori italiani, su: Filologia Romanza, Vol. 70, n° 1, 2016.

[10] A. Mambelli: I romagnoli nelle armate napoleoniche, Edizioni Cassa di Risparmio di Forlì, 1969. Il testo riporta anche un elenco, diviso per città, degli uomini che si arruolarono nei soldati e negli ufficiali di quelle armate, con i dati anagrafici, il lavoro svolto da civili, la data del ritorno alla propria casa o quella del decesso in battaglia.