Sant’Antonio Abate e la “pagana”, due esempi nelle tradizioni della Romagna.

Presso i popoli primitivi la singolarità, il fatto di notare un fenomeno diverso da quelli conosciuti ed usuali, è sempre stato interpretato come un segno divino. Se l’anomalia si identificava negli elementi naturali era generalmente considerata un segno di sventura. 

Questo fatto è così compenetrato nella mente umana che la bibliografia di tutti i tempi riporta innumerevoli testimonianze di “indicatori” di sventura: la presenza di comete, albe o tramonti con il cielo troppo scuro o troppo rosso, animali che si comportavano in maniera strana (un cane che ululava come un lupo anziché abbaiare, una civetta vista di giorno, un gallo che cantava di notte), fiumi con un’eccessiva piena o troppo scarsi di acqua, maree anomale, nubi con forme tali da assomigliare ad un uomo o ad un animale.

Il fatto è abbastanza semplice da spiegare: l’uomo, nel momento in cui è diventato tale, ha assunto tra le sue facoltà anche quello della mentalità logica, e da quel momento ha cominciato a schematizzare il mondo, dividendo la natura in elementi favorevole ed elementi pericolosi[1]. Un processo mentale posseduto anche dagli animali, che vedono però solo il pericolo immediato; l’uomo possiede invece anche il senso del tempo, e se un animale fugge davanti al fuoco, l’uomo primitivo aveva paura già nel momento in cui scoppiava il temporale, perché sapeva che al temporale poteva seguire il fulmine, e di conseguenza il fuoco.

Il senso del tempo ed il bisogno di schematizzare la natura ha perciò portato alla paura dell’anomalia, ossia di qualcosa che non era inquadrabile nello schema rassicurante delle cose note e, per questo, affrontabile con mezzi adeguati. L’anomalia era vista come un segno inviato dalle divinità per avvertirlo che qualcosa di sconosciuto stava per succedere, e quindi aveva il tempo per prepararsi.

Un dono, quindi, di dio all’umanità.

Forse è stata questa particolare attenzione che si poneva nei confronti delle anomalie che ha indotto la credenza che gli uomini subiscano da essa un fascino ambiguo, inconscio, non spiegabile razionalmente, quando probabilmente si tratta solo di un’innata cautela verso tutto ciò che non è usuale, dettata semplicemente dall’istinto di conservazione.

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Il concetto della bruttezza e dell’anomalia in un dipinto di Jeronimus Bosch.

Quando l’anomalia era rilevata invece in altri uomini la risposta della società era diversa: era prevalente la curiosità e, soprattutto, l’opinione che il differente, l’anomalo, fosse un uomo privilegiato da dio, scelto per azioni non concesse agli uomini normali.

Gli antropologi hanno verificato questo fenomeno presente attualmente in diverse etnie primitive in tutto il mondo; gli uomini considerati “prescelti da dio” sono, di volta in volta, i pazzi, i sordomuti,  i ciechi, quelli nati avvolti nel sacco amniotico (credenza presente, fino a poco tempo fa  anche in  Romagna, dove il sacco amniotico veniva definito “la camicia della Madonna”, e i nati in questo modo si riteneva essere particolarmente fortunati) o con particolari anomalie fisiche (zoppìa, polidattìa[2], gobba) ma anche con particolari caratteristiche “sociali” (i nati durante un’eclissi, o in un periodo considerato sacro, quelli partoriti senza particolari dolori del parto o quelli senza padre).

L’ultimo caso è particolarmente importante, ed è stato spesso utilizzato da re o condottieri militari, che sfruttavano la mancanza del padre per sostenere una loro discendenza da un dio. Non è un caso, per esempio, che si rilevi questa situazione nel caso di molti personaggi destinati ad avere una particolare importanza per la loro gente, come nel caso di Romolo e di Mosè.

La mancanza di paura nel caso di anomalia umana, differentemente da quanto succedeva nel caso delle anomalie del mondo fisico, è spiegabile probabilmente con il fatto che l’uomo era in grado di valutare la pericolosità di un altro umano, anche se anomalo, e considerava non pericoloso il pazzo, o il cieco; ciò differentemente a quanto succedeva nel caso di anomalie nel mondo fisico, che erano sempre insondabili e non quantificabili.

La mancanza di pericolo da parte di un anomalo, unita alla credenza che l’anomalia del mondo fisico fosse un avvertimento delle divinità, rendevano l’anomalo un messaggero di dio, un uomo a lui più vicino, e quindi un essere diverso dagli uomini comuni, più fortunato e, per estensione del concetto, destinato a grandi cose.

Questo concetto era però diverso quando l’anomalia, la deformità, era rappresentata dalla bruttezza, dalla mostruosità.

Abituato a considerare la forza e la bellezza legata alla giovinezza, nel brutto e nel deforme percepiva la presenza della morte, un uomo vicino alla vecchiaia, che in quel caso sarebbe arrivata probabilmente prima del normale; per questa doppia anomalia (bruttezza e vita forse più breve) aveva un’innata repulsione.

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Una pagina del Monstrorum Historia di Ulisse Aldrovandi, stampato a Bologna nel 1642

Anziché un prescelto da dio vedeva perciò nell’anomalo un segno della sua rabbia, del rifiuto della protezione concessa agli altri, i normali, i “giusti”, e di conseguenza persone da evitare, e probabilmente anche da odiare.

Il termine “mostro” viene dal latino monstrum (“segno”, un segno che viene, evidentemente, da dio) e pertanto era un’indicazione, un ammonimento (il latino monere, ossia “ammonire”, viene dalla stessa radice) a sfuggire quella persona che, probabilmente per proprie colpe, aveva irritato le divinità.

E’ appena il caso di ricordare come questo concetto, così radicato nella nostra mentalità, si sia mantenuto in tutta la storia dell’uomo, fino ai nostri tempi. Il binomio brutto – malvagio è stato rappresentato dalle prime pitture rupestri del neolitico, passando attraverso i gargoyles delle cattedrali gotiche e dei dipinti del medioevo, fino ai mostri della letteratura e del cinema di oggi.

Proprio nel medioevo nasce una bibliografia che descrive ed illustra le anomalie, le mostruosità. Si realizzano testi rimasti famosi, come il Prodigiorum ac ostentorum chronicon  di

Conradus  Lycosthenes, stampato nel 1557, il De Monstrorum causis natura et differentiis  di Fortunio Liceti nel 1616, la Monstrorum Historia  di Ulisse Aldrovandi nel  1642, fino all’Itinera per Helvetiae Alpinas regiones  di Johannes Jacobus Scheuchzer  (e siamo già arrivati al 1723).

Purtroppo è anche lo stesso concetto che sta alla base del razzismo, in quanto è molto facile estendere il concetto di anomalo a quello di diverso, a da questo a quello di estraneo o di straniero (e non solo in senso territoriale, ma anche in quello culturale); in anni molto posteriori a quelli che abbiamo preso in considerazione, ad esempio nel medioevo, la diversità portò a perseguitare gli ebrei, i musulmani, gli zingari, e di provare una certa diffidenza per gli stranieri in genere, ma non ha mancato di porre perlomeno su un piano di emarginazione sociale le prostitute, i mendicanti, gli attori girovaghi, i carcerati che avevano terminato di scontare la loro pena e che avevano quindi riacquistato la libertà, gli accattoni, i nomadi (anche se non di etnìa zingara), chi, per lavoro, si occupava di morti (becchini, seppellitori, boia di professione).

La situazione, di poco modificata, è anche quella attuale.

Questa, forse un po’ lunga, introduzione era necessaria per analizzare una figura della tradizione romagnola che ha generato un’allocuzione tipica di questa regione, anche se ormai capita di sentirla raramente, e solo dalle persone che parlano comunemente in dialetto: brota com’una paghéna (brutta come una pagana).

Il termine “pagano” richiama alla mente un vocabolario che ha a che fare con la religione: pagano veniva definito, per lo meno nel passato, chi non era di religione cristiana; così venivano infatti definiti i saraceni, i popoli africani e quelli delle terre del nord-europa non ancora cristianizzate.

L’interpretazione potrebbe anche essere giusta; per quello che si è detto i non cristiani erano “gli altri”, i nemici contro i quali si combattevano spesso guerre di religione, come le crociate, e i nemici sono sempre cattivi e “brutti”, da cui l’espressione.

A nostro avviso, però, è più facile che il vocabolo tragga origine dal pagus, il nome latino con cui si indicava un villaggio, una piccola comunità generalmente agricola, per cui “pagano” era colui che abitava il pagus, e che lo stesso termine inteso con “non credente” sia in realtà successivo  e derivato da questo.

Sappiamo che la cristianità, che cominciò a diffondersi in maniera massiccia solo dopo che passò dalla Palestina a Roma, ebbe una certa difficoltà a penetrare nelle zone più remote, con una cultura conservatrice e ancorata al passato, situazione che è tipica delle zone più lontane dalle città, appunto quella contadina e montana dei piccoli centri.

In queste zone le vecchie religioni rimasero attive per molto tempo, e non più alimentate da una ritualità ufficiale, si trasformarono in una serie di atti e di credenze che non facevano più riferimento a divinità ben precise (gli dei del pantheon romano, per esempio) ma che continuavano a nutrirsi solo di atti e di ricordi avulsi dai concetti di origine. In questi villaggi vivevano certamente

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La strega secondo la classica

persone rimaste fedeli a qualche vecchia religione che faceva riferimento in maniera molto generica a qualche imprecisata divinità femminile, o a qualche dio collegato a riti agrari.

Forse si trattava proprio di donne che continuarono a perpetuare queste credenze: con una scarsa vita sociale[3], relegate in casa, avevano più occasioni dell’uomo di pensare alla propria condizione e di cercare un’occasione di fuga, perlomeno mentale. I culti antichi, con ritualità basate su pratiche stupefattive, erano più adatti a questo scopo di una religione fondata, invece, sulla speranza di una vita migliore solo dopo la morte.

E’ un dato di fatto, rilevabile anche da studi recenti di antropologia culturale, che nelle società primitive siano state generalmente le donne anziane, sopratutto quando vivono sole, ad occuparsi di ritualità legata a concetti religiosi, di medicina spicciola (soprattutto per quanto atteneva a problemi femminili) utilizzando una farmacopea basata su prodotti vegetali. Le donne anziane erano infatti quelle che più di altre ricordavano certi antichi rimedi, e il fatto di vivere sole, e quindi a carico della comunità, veniva da loro compensato con servizi resi alla comunità stessa.

donna angelicata

Non mancava, in contrapposizione

Quello che risulta da quanto illustrato è un ritratto abbastanza preciso, e ben inquadrabile in un fenomeno noto: una donna vecchia (e quindi certamente non bella), che faceva riferimento ad un’antica  religione,  che   praticava  una 

medicina al di  fuori dell’ufficialità, che era portata a criticare il comportamento degli uomini (da quanto era in grado di vedere nelle situazioni famigliari delle donne che cura). Non ci vuol molto a riconoscere l’immagine di una figura che probabilmente incuteva timore ai suoi stessi compaesani, quella che è servita da prototipo per l’immagine della “strega”.

E se creava un certo disagio anche a chi viveva nel suo stesso villaggio, che impressione poteva fare agli estranei, ai cittadini, ai sacerdoti cristiani che venivano ad evangelizzare gli ultimi lembi di terre mancanti alla vittoria finale della chiesa di Roma?

Tra tutti gli abitanti del pagus questa era certamente colei che più di tutti era ancora legata alle vecchie credenze, era la “pagana” più cattiva, la “brutta pagana”.

Da quel momento il termine, dall’indicare l’abitante di uno sperduto paese agricolo, passò, per estensione, a chi non era cristiano.

Nel dialetto romagnolo si è mantenuto fino ai nostri giorni, perdendo il suo significato originario e mantenendo solo il concetto relativo alla bruttezza.

Che venga da questioni più ampie, che vanno al di là del solo territorio romagnolo, lo ricorda anche Manlio Cortelazzo, che in suo articolo[4] ricorda il termine “pagana” in uso anche nel Veneto; in quelle zone la figura è ricordata come una donna temibile soprattutto nel periodo puerperale, quando può arrecare danno alle madri ed ai loro figli.

Cortelazzo cita, tra le sue fonti, scritti di Giuseppe Bernoni del 1874, ed un lavoro di A. P. Ninni[5].

I cittadini civilizzati avranno probabilmente notato, tra gli abitanti dei piccoli villaggi rurali e montani, anche figure maschili non proprio in linea con la loro idea di “uomo civile”. Questo li avrà convinti della giustezza delle leggende circa la presenza di “uomini dei boschi”, esseri per metà animali, incapaci di parlare ed abituati a vivere in maniera selvaggia in compagnia di lupi o animali immaginari.

Anche in questo caso, come in quello precedente, la leggenda nasce dal perpetuarsi di antichi riti pagani; assieme a divinità femminili, generalmente legate a riti della fecondità, le religioni antiche riportano spesso di divinità con antropomorfia tra l’uomo e la bestia, con lo scopo di vegliare sulle messi e sugli animali. Erano, per esempio, i satiri e tutte le figure silvestri delle religioni greca e romana, che avevano in Pan (o in Faunus) il loro più importante rappresentante; in altre tradizioni, come quella celtica, questo ruolo era assunto dal dio cornuto Cernunnos.

pan uomo selvatico

Gli antichi dei pagani trasmettono le caratteristiche animali a mitiche figure umane che vivono nei boschi.

In parte divinità, in parte animali, univano al raziocinio le caratteristiche animali della forza, della brutalità e della ferocia.

Quando le religioni si affinarono e nacque una teologia più rigorosa, le divinità persero le caratteristiche animalesche (per lo meno quelle psicologiche) diventando sempre più simili all’uomo nella forma esteriore e sempre più perfetti nelle caratteristiche divine; le caratteristiche bestiali rimasero all’uomo, che però le relegò “solo” ad alcuni di loro, quelli più malvagi, più “brutti” (e ritorniamo al concetto fondamentale di questo lavoro) in un tentativo di allontanare da sé la propria parte istintiva e di confinarla solo in una parte limitata della propria società. 

In questo modo nacque il mito dell’uomo selvaggio, che sfuggiva la comunità degli uomini civili, che odiava gli altri e preferiva la compagnia degli animali selvaggi.

In Romagna si è mantenuto questo ricordo nel mito dell’om saibatgh (letteralmente “uomo selvatico”) ma la figura è presente in molte mitologie, fin dalle più antiche. Nella chiesa di Santa Brigida, in Val Brembana, è presente un dipinto che lo raffigura, così come è rappresentato a Marburgo, nella chiesa di  Santa Elisabetta.

È da questo fenomeno che nascono i successivi miti dei tanti uomini-lupo, dei mannari, dei licantropi.

Quando la religione cristiana decise di combattere le antiche credenze sostituendole con figure del proprio mondo, sovrappose agli dei pagani alcuni santi, come Sant’Antonio Abate.

Antonio era un eremita, nato a Koma (oggi Qeman El-Arous) nel 251, e morto nel 365 in una località nei pressi del monte Kolzim, che passò quasi l’intera vita in solitudine e meditazione, tranne un breve periodo in cui si recò ad Alessandria d’Egitto per contrastare le tesi ariane.

antonio lupo

Sant’Onofrio (a sinistra) rappresenta il primo tentativo del cristianesimo di sostituire figure cristiane a quelle pagane.

L’uomo lupo (a destra) trasmette le caratteristiche della bestialità all’uomo nel tempo, fino alle leggende metropolitane odierne.

Le sue caratteristiche ascetiche e la sua vita rigorosa lo rendevano un personaggio particolarmente adatto a fare da contraltare a divinità legate al mondo agricolo e animale.

Secondo quel particolare fenomeno si sovrapposizione e sostituzione di una figura ad altre con caratteristiche simili (sincretismo) il santo cristiano finì per scalzare le divinità pastorali: se queste ultime venivano invocate nel rito di protezione delle messi che si attuava verso la fine di gennaio (le latine ferie sementine) sfruttando la data della morte del santo (17 gennaio) la chiesa istituì in quella data la sua festa, durante la quale si accendevano fuochi e si procedeva alla benedizione degli animali.

Il santo viene rappresentato sempre in compagnia del maiale, che prese il posto del cinghiale con il quale erano invece rappresentati spesso i druidi, sacerdoti della tradizione celtica, operazione attuata dal monachesimo irlandese.

Questa sostituzione di animali merita un approfondimento, dato che il maiale era considerato, nell’antica tradizione cristiana, un animale impuro[6].

I teologi cristiani realizzarono un piccolo capolavoro: il maiale, riassumendo le caratteristiche della sessualità e dell’animale impuro, rappresentava il demonio; ma poiché Sant’Antonio aveva resistito alle tentazioni del diavolo, il maiale rappresentato al suo fianco si deve intendere come l’allegoria del demonio sconfitto, e quindi si può rappresentare ai piedi del santo. Inoltre da quel momento l’animale venne considerato di buon augurio per la prosperità delle famiglie contadine, dato che del maiale si può utilizzare tutto, dalle setole alla carne.

La sostituzione della figura cristiana con altre pagane fu un fenomeno molto lungo, come sempre succede nei casi di sincretismo, tanto è vero che esistono anche dipinti che lo raffigurano in compagnia del cinghiale (di Antonio Tempesta, Pisanello, C. Antonio Grue).

Esistono anche altri particolari che contribuiscono a testimoniare il fenomeno del sincretismo: ad esempio la lettera Tau presente sul suo abito potrebbe derivare dalla runa Tyr, simbolo del celtico Tywaz, dio del rinnovamento della natura e perciò divinità agricola, anche se, visto il luogo di nascita del santo, la sua derivazione potrebbe essere quella della lettera molto simile presente nell’alfabeto egizio.

Sant’Antonio è ricordato anche per aver rubato il fuoco al diavolo, nascondendolo all’interno del proprio bastone, per regalarlo agli uomini, così come fece Prometeo, attuando quindi, anche in questo caso, un’operazione sincretica a danno del mondo religioso greco-romano.

Questo collegamento con il fuoco gli ha fornito, secondo la credenza popolare, la capacità di sconfiggere l’herpes zoster, che da allora viene chiamato “fuoco di Sant’Antonio”.

antonio pisanello

A sinistra, uno dei classici “santini” presenti  nelle stalle romagnole.

Fino a pochi decenni fa non c’era stalla della campagna romagnola che non avesse un’immagine del santo (il cosiddetto “santino”) su una delle sue pareti, ed egli veniva generalmente ritenuto, dai contadini romagnoli, un frate francescano nato e vissuto in Italia.

Il suo appellativo in dialetto romagnolo era San’Antoni dal bes-c (Sant’Antonio delle bestie) per distinguerlo dal più blasonato Sant’Antonio da Padova (San’Antoni da Pedua).

[1] In antropologia culturale il concetto della “paura del caos” è stato studiato particolarmente da Levi-Strauss, ed è inquadrato in quello che viene definito “strutturalismo”.

[2] La presenza, nelle mani o nei piedi, di dita sovranumerarie.

[3] Sulla condizione femminile nel periodo che va dal tardo impero romano agli inizi del rinascimento, si vedano, per esempio, i lavori di Jules Michelet e Jacques Le Goff.

[4] MANLIO CORTELAZZO – La terribile pagana – su “La ludla”, n.9, 2006, pag. 4.

[5] A. P. NINNI – Scritti II – Bologna, 1964, pag. 107.

[6] L’Antico Testamento (nel Deuteronomio e Levitico) riporta: “…il porco, perché ha l’unghia bipartita e non rumina, lo considererai un animale impuro, e non mangerai la sua carne…”.