Giugno 2017

Cesenatico non è certo Roma, o Atene, e nemmeno Pompei, o uno dei più piccoli luoghi d’Italia in cui la presenza di reperti storici giustifichi il nome di questo paese nell’elenco degli itinerari archeologici suggeriti ai cultori di storia, ma nonostante questo sono presenti, sul suo territorio, un certo numero di residui del passato storico che lo rendono particolarmente interessante. 

Sulla valorizzazione di questi resti storici è stato fatto molto, soprattutto dagli anni “60 del secolo scorso: dagli studi sul porto–canale al restauro delle antiche conserve, dalla tracciatura del perimetro della Torre Pretoria agli scavi di via Canale Bonificazione, ai recenti scavi di Ca’ Bufalini[1]. La lista sarebbe lunga e non è il caso di riportarla; ricordiamo solo che, alla valorizzazione di questi reperti “in loco”, è seguita anche un’opera di musealizzazione di reperti trasportabili, quando ciò è stato possibile, all’interno dell’ Antiquarium annesso al locale Museo della Marineria[2].

Tutto ciò ha fatto sì che Cesenatico possieda attualmente una serie di piccoli tesori (e forse neanche tanto “piccoli”) molto ben conservati, il che differenzia questo paese dagli altri della costa romagnola: Cesenatico possiede “documenti storici” che altri paesi, indubbiamente, non hanno, e, soprattutto, ha saputo conservarli e dar loro un certo peso.

Sappiamo tutti che le amministrazioni comunali vivono nella spasmodica ricerca di elementi che differenzino la proposta turistica e che cerchino di allungare nel tempo il periodo in cui il paese vive di queste cose; sarebbe un peccato che questi beni non venissero valorizzati come elementi attrattori della città.

Coloro che si occupano di studiare come la “memoria” si trasmette nel tempo sono soliti dire che ogni grande avvenimento del passato, soprattutto se ha avuto un impatto importante e favorevole per quelle popolazioni che lo stesso avvenimento hanno vissuto, vive successivamente una fase di “commemorazione”: l’avvenimento viene ricordato, celebrato, rivissuto con le stesse emozioni del momento cruciale, ricordato con piacere; poi il tempo passa, la memoria è labile, e dalla fase di “commemorazione” si passa a quella di “festeggiamento”: si comincia a perdere la memoria del fatto (oppure lo si ricorda solo a grandi linee) si perde il significato sociale di ciò che è accaduto e dei suoi protagonisti, e sopravvive solo la fase di “piacevolezza” della commemorazione, legata alla festa che generalmente accompagna la ricorrenza, e quindi unicamente al “divertimento”.

1

La più famosa delle immagini della Rocca Malatestiana, quella riportata nella litografia dell’architetto Sassi del XVIII sec. (particolare)

Basti pensare agli esempi, su scala internazionale, delle celebrazioni del Primo Maggio, o dell’Otto Marzo, che sono ormai solo giornate di festa, sempre più lontane dal significato sociale che le hanno generate: vengono ricordate soprattutto grazie al fatto che si tratta di un giorno festivo (la prima) ed uno nel quale non bisogna dimenticare di regalare una mimosa alla propria compagna (la seconda).

Sull’aspetto puramente e strettamente commerciale legato alla vendita di fiori e cioccolatini è meglio tacere.

Eppure sarebbe molto meglio che alla fase inevitabile della “commemorazione” seguisse quella dell’ “insegnamento”: se è vero che, nella vita, si diventa migliori grazie alle esperienze del nostro passato, perché non “ricordare” gli avvenimenti storici? Perché non raccontarli a chi non ha potuto viverli? E, soprattutto, perché non ricordare ai giovani quello che l’avvenimento ha significato per l’evoluzione del proprio paese?

Chi scrive (si perdoni il personalismo) ricorda che nel periodo in cui era bambino la Festa di Garibaldi si chiamava Commemorazione della Partenza dell’Eroe dei Due Mondi, e che, al di là degli inevitabili e giusti festeggiamenti (bancarelle, cuccagna sul canale, concerti bandistici) c’era sempre qualcuno che ricordava pubblicamente l’avvenimento ed il suo significato politico e sociale.

I reperti storici di Cesenatico sarebbero una fonte inesauribile di conferenze per le scuole, di programmi educativi per la Biblioteca Comunale, di manifestazioni “anche” ludiche, ma che non perdessero di vista l’insegnamento che può venire da quegli avvenimenti di cui gli attuali reperti sono, per il momento, solo una muta testimonianza.

Prendiamo l’esempio della Rocca Malatestiana, così lontana fisicamente quanto psicologicamente dagli abitanti di Cesenatico: oggi la maggioranza dei cesenaticensi conosce appena la sua ubicazione. Quanti sanno che si tratta solo del mastio di un edificio (la Rocca, appunto) più grande? Chi è al corrente che per anni è stata al centro di battaglie sanguinose tra le potenze del periodo premedievale di queste parti (Papato, Cesena, Ravenna, Venezia) e che proprio per queste lotte ha avuto un senso lo sviluppo del paese? Chi sa che la famiglia degli Ambroni, il cui rifacimento dello stemma è oggi posizionato nel rudere restaurato, è quello del celebre medico (e astrologo ) cesenate Giovanni Bonachino Ambroni, nominato nel 1373 da papa Gregorio XI Vicario del porto e della fortezza di Cesenatico come premio delle sue prestazioni mediche? Quanti sanno che proprio dalla Rocca partirono gli armati che si opposero ai veneziani durante l’assedio di Cesenatico nella guerra di Castro (1643) armati che non riuscirono ad impedire l’incendio del paese?

2

La Rocca nel particolare estratto dall’immagine dell’assedio di Cesenatico attuato dai Veneziani durante la guerra di Castro, nel 1643.

Nonostante gli sforzi e gli studi pubblicati dall’infaticabile Bruno Ballerin la maggioranza dei cesenaticensi è appena al corrente che il mastio venne distrutto dall’esercito tedesco durante la seconda guerra Mondiale, e generalmente qui finiscono le informazioni.

Tra l’altro non mancano proposte, da parte di appassionati di storia, per far rivivere in maniera intelligente questi residui storici; poco tempo fa l’architetto Sara Navacchia, in qualità di delegato FAI per il paesaggio per la delegazione di Cesena, ha presentato pubblicamente durante la conferenza La rocca "malatestiana" di Cesenatico: un brano di storia cancellato dalla Guerra[3], un'ipotesi progettuale di riqualificazione e valorizzazione del parco archeologico[4].

Il progetto, che si differenzia molto dalle ipotesi di "ricostruzione à l'identique" proposte in passato da diversi studiosi, non è altro che una riqualificazione in chiave contemporanea dell'intero complesso, che ne valorizza la memoria e ne reinterpreta i segni, ma che soprattutto invita la popolazione a riappropriarsi dell'area verde, vivendola.

Questo tema del "vivere il parco" (evidentemente molto sentito dall'architetto Navacchia che, infatti, sia nella visita alla Rocca nella giornata di sabato 25 marzo, durante le giornate di primavera FAI, sia in occasione della conferenza e nel successivo dibattito ha cercato di sensibilizzare il pubblico su questi aspetti) riteniamo sia uno dei modi di intendere in maniera corretta “la memoria come lezione e come reinterpretazione”.

3

In questa antica mappa del territorio attorno a Cesenatico (definito “Opidum Portus Caesenatic.”) compare un “Castrum Pisatellum dirut.” (“Fortificazione del Pisciatello in rovina”). Si tratta probabilmente della Rocca.

Per terminare è forse superfluo aggiungere che una gestione del patrimonio storico di questo tipo porterebbe anche ad un miglioramento qualitativo e quantitativo del patrimonio stesso, grazie a quei nuovi studi e proposte che l’attenzione per un bene si porta dietro inevitabilmente.

Articolo scritto in collaborazione con l'arch. Sara Navacchia

[1] Per questa opera di valorizzazione molto si deve alla costanza del Dott. Bruno Ballerin, e, per quanto riguarda gli scavi di Ca’ Bufalini, al lavoro della squadra di archeologi diretta dal Dott. Denis Sami dell’università inglese di Leicester.

[2] E’ stata attuata, al di là della valorizzazione di questi resti storici, anche quella di certe particolarità del paese che non vengono ricordate generalmente come facenti parte della “storia” (per lo meno nell’accezione che si da generalmente a questa parola) ma che riguardano comunque le tradizioni di Cesenatico: la marineria, la pesca, il turismo.

[3] Conferenza tenutasi il giorno 10 marzo presso la sala Dradi Maraldi della Fondazione Cassa di Risparmio di Cesena. Si tratta della seconda del ciclo di conferenze FAI in preparazione alle giornate di primavera 2017.

[4] L'ipotesi progettuale era già stata studiata e presentata insieme ai due collaboratori (gli architetti Francesca De Angelis e Andrea Maroni) in occasione del concorso di idee "Cultura e patrimonio" promosso nel 2015 dal Distretto Rotary 2072.