Alcuni dei motivi che contribuirono alla credenza sul soprannaturale, nei tempi in cui la civiltà dell’uomo era estremamente sensibile a questi fatti, erano le testimonianze di coloro che narravano le proprie esperienze nel campo della magia; particolare rilevanza ebbero le confessioni delle ‘cosidette’ streghe[1] durante gli interrogatori a cui esse furono sottoposte da parte degli inquisitori. 

Testi come il Malleus maleficarum dei domenicani Heinrich Kramer e Jacob Spengler, stampato nel 1487 e che divenne il più diffuso ‘manuale’ per condurre gli interrogatori delle inquisite, basandosi proprio su queste testimonianze crearono uno scenario che divenne quello classico a cui si riferirono successivamente letteratura, cinema e televisione per rappresentare il perfetto ambiente stregonesco.

Ambienti oscuri, presenza di un calderone in cui bollire stranissimi ingredienti (rane smembrate, pippistrelli, sperma umano, sangue mestruale, erbe rare ed inusuali) voli a cavallo di scope o di animali, unzione del corpo con sostanze da loro stesse prodotte, orge con il diavolo in compagnie di loro consimili, ecc…; è sufficente leggere qualche scadente romanzetto su questo argomento per acculturarsi su un modello ormai entrato nella mentalità collettiva.

Già negli stessi anni in cui questo accadeva non furono poche le persone di buon senso che capirono che tali testimonianze, quando non venivano rilasciate solo dal desiderio di far cessare le torture alle quali le poverette erano sottoposte, erano dovute a suggestioni psicologiche, spesso indotte da uno stato alterato dovuto alla paura o alle sostanze allucinatorie che le stesse utilizzavano per le loro esperienze. Un medico tedesco, Friedrich Spee, affermò giustamente nel suo testo Cautio criminalis (1631) che quelle donne “necessitavano più di elleboro[2] che di acqua santa”.

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La classica immagine di una strega come ci viene tramandata dalla letteratura narrativa.

Anche se probabilmente tra le streghe vi potevano essere delle avvelenatrici prezzolate e delle imbroglione (le persone disoneste sono equamente distribuite in tutti gli strati sociali) oggi gli studi storici hanno ampiamente dimostrato che nella maggioranza dei casi si trattava di donne, magari vedove o mai sposate, che cercavano di arrangiarsi come potevano per vivere, dedicandosi a curare le persone con metodi empirici, con erbe curative  o con rimedi che si rifacevano ad antichi culti pagani mai dimenticati, soprattutto presso le classi rurali.

Oppure poteva trattarsi di donne dal carattere indipendente, che vivevano senza avere un marito ed una famiglia, mostrando un’intraprendenza che non era ben vista dagli uomini, e che per questo si attiravano l’odio di una società fortemente patriarcale (ed anche di donne sposate).

Prendendo in esame alcune di quelle azioni ‘malvage’ per le quali vennero condannate ed analizzandole con la mente libera dai pregiudizi degli inquisitori, ci rendiamo immediatamente conto di come tali azioni trovino, in realtà, una spiegazione semplicissima.

Ad esempio venivano accusate di cospargersi il corpo con grasso di animale contenente sostanze che provocavano sortilegi.

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La copertina del libro di Friedrich Spee in difesa delle streghe, uscito in forma anonima
(come si può dedurre dalla scritta AUTORE INCERTO THEOLOGO ROMANO)
in quanto Spee non voleva incorrere, a sua volta, nelle ire del tribunale dell’inquisizione.

Oggi sappiamo che le erbe che utilizzavano (ad esempio aconito, stramonio, belladonna solo per ricordare le più famose) contengono alcaloidi che possono essere di aiuto nella riduzione del dolore, ma che non sono solubili in acqua, per cui l’unico modo di farli assorbire dall’epidermide era quello di miscelarli con grasso; solo in questo modo potevano penetrare nell’organismo attraverso i pori della pelle[3]. Naturalmente queste donne non erano a conoscenza del problema della non-idrosolubilità dei composti, per cui dobbiamo supporre che l’uso del grasso fosse il risultato di infiniti tentativi, anche se probabilmente loro stesse lo attribuivano a fatti magici.

Proprio a riguardo delle loro pozioni può essere interessante notare che quando le streghe venivano arrestate buona parte del loro materiale veniva sequestrato, soprattutto i libri contenenti le formule per preparare le pozioni con le erbe (questi libri di stregoneria erano chiamati ‘grimori’). Forse non è un caso (e ciò depone a favore della validità di certe loro pozioni) che proprio i frati francescani, che assieme ai domenicani componevano l’Inquisizione, siano diventati esperti nelle discipline erboristiche, ed i maggiori divulgatori di libri editi proprio su questo argomento.

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Uno dei tanti libri sui rimedi curativi che sfruttavano le proprietà naturali delle erbe pubblicato da frati francescani.

Ma torniamo alle accuse loro rivolte. Erano accusate di affatturare la gente con formule magiche o con gesti (il più comune era quello di “fare le corna” con la mano). Ma questo modo di rivolgersi, anche oggi, verso persone che ci sono, diciamo, poco simpatiche si perde nella notte dei tempi (lo si trova citato in tanti testi antichi, soprattutto latini) ed è un gesto apotropaico che trova la sua giustificazione nel fatto che si credeva che chi ci odiava ci trasmettesse la malevolenza attraverso lo sguardo, ed il gesto con la mano era solo la realizzazione simbolica di corna animali che accecavano, virtualmente, quello sguardo malefico.

Ma forse la maggiore delle accuse era quella di parlare con gli spiriti dei morti o con il demonio mentre si trovavano in stato di trance. Questo era evidentemente imputabile al fatto che la trance veniva indotta proprio dalle sostanze stupefattive che utilizzavano nella preparazione delle pozioni che assorbivano durante la manipolazione dei prodotti.

A questo riguardo vorrei citare un episodio capitato proprio a chi sta scrivendo (mi si perdoni il personalismo).

Qualche tempo fa fui sottoposto ad un pesante intervento chirurgico a cui fece seguito un lungo periodo in rianimazione durante il quale mi vennero somministrati oppiodi necessari a sopportare il dolore; terminata la fase critica la somministrazione venne sospesa e fui avvertito che avrei potuto essere preda di allucinazioni visive ed uditive, proprio come succede ai tossicomani quando cercano di iniziare il processo di guarigione.

La cosa puntualmente si verificò (anche se priva di quel forte senso di angoscia che colpisce i tossicodipendenti, sia perché sapevo qual’era l’origine delle allucinazioni, sia per il tipo di blando farmaco utilizzato nel mio caso) per cui mi capitò di vedere stoviglie che si muovevano lentamente sulla tavola, testi dei giornali che sembravano trasformarsi in formiche in movimento, lancette degli orologi che si mettevano a ruotare velocemente, primo in un senso e poi nell’altro.

Una cosa mi colpì particolarmente. Una sera, solo in casa e immerso nella lettura accanto ad un caminetto acceso, sentii improvvisamente un bisbiglio, via via sempre più insistente: suoni generalmente incomprensibili, ma anche qualche parola di senso compiuto.

Passato il primo momento di stupore che mi coglieva sempre in questi casi, mi resi conto che ciò che udivo non era che una alterazione del rumore delle fiamme del caminetto indotta da una allucinazione auditiva; allora mi tornarono alla memoria una serie di resoconti inquisitoriali nei quali veniva documentato che le streghe usassero proprio questo modo per mettersi in contatto con entità maligne, ed in particolare ricordai di aver letto proprio espressioni come “bisbiglio delle fiamme”, “flebile voce del fuoco”, “le voci nel fuoco”.

Realizzai quindi che stavo vivendo la stessa esperienza allucinatoria che le streghe avevano vissuto quando manipolavano sostanze stupefattive, salvo che io, a differenza di loro, avevo informazioni sufficienti per capire cosa stava succedendo e quale ne era il motivo.

Da ciò che abbiamo detto possiamo analizzare lo stesso fenomeno con l’aiuto dell’antropologia culturale.

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Le immagini delle allucinazioni sono suggerite dalla cultura tipica del periodo vissuto dal soggetto che le subisce.

Chissà quante volte quei nostri predecessori vestiti di pelli che vivevano nelle caverne saranno venuti a contatto con sostanze analoghe, o per caso o perché utilizzate volutamente su consiglio di un loro “uomo di medicina”; e quanto volte, a seguito di questo fatto, avranno avuto visioni di esseri mostruosi, di ambienti inusuali, di luoghi mai visti. Immagini che, ovviamente, non sapevano di dover imputare al loro stato alterato ma che ritenevano quelle di esseri e di luoghi che esistevano veramente.

Ogni persona che ha avuto un incubo o semplicemente, come si usa dire di solito, ha fatto “un brutto sogno” (ed è pensabile che sia la maggioranza degli abitanti del nostro pianeta) ricorderà lo stato di angoscia che lo accompagna e che continua a persistere per qualche tempo anche dopo la sveglia; ricorderà che il sogno era composto da scene ed immagini diverse dal solito che, senza essere necessariamente spaventose, risultavano inquietanti o, per lo meno, disturbanti per lo stato psichico.

Proprio per questo ci colpisce, come colpì i nostri predecessori, che avranno provato il desiderio di comunicare questa esperienza narrandola agli altri (l’uomo ha una maggiore propensione a raccontare fatti straordinari che quelli usuali) e poi disegnandola sulla parete di una grotta per tramandarla anche alle generazioni future; in questo modo probabilmente nacquero quei disegni rupestri che rappresentano uomini ed animali in forme alterate, dove alcuni di essi sono rappresentati come giganti ed altri come nani, con stranissimi copricapi ed altrettante strani armi.

Anormalità che qualcuno ha interpretato come il resoconto pittorico di visite di alieni sul nostro pianeta in tempi molto antichi, ma che non sono altro che la testimonianza di momenti allucinatori. Potrebbero essere anche semplici immagini oniriche non terrificanti ma, al contrario, di tipo gratificante; se anche la gratificazione onorica ci colpisce particolarmente tendiamo a conservarne il risultante stato psichico per un certo tempo dopo la sveglia, stato che ritorna immediatamente quando ci rammentiamo di quel sogno.

Così come nella nostra cultura moderna l’arte del disegno si è evoluta fino ad inventare il cinema, le immagini allucinatorie, insieme al carattere magico-religioso degli antichi (e, perché no, anche ad un certo gusto artistico) hanno fornito all’uomo le basi per la creazione di un intero universo soprannaturale.

[1] Si userà il termine ’strega’ da qui in avanti solo per comodità di riferimento, senza nessuna valutazione di merito.

[2] L’elleboro è una pianta dalla quale si estraeva, in quei tempi, un medicinale per curare le turbe psichiche.

[3] E’ la stessa logica che si usa anche oggi per tanti antidolorifici venduti sotto forma di pomate.