La ricerca dei confini entro i quali delimitare lo studio del fenomeno.

Matriarcato: non passa giorno senza che qualcosa venga proposto su questo argomento, sia esso un articolo su una rivista femminile, oppure uno studio pubblicato da una delle tante università del mondo; la lettura di ognuno di questi lavori produce, generalmente, la stessa sgradevole sensazione, ossia quella di non aver colto nulla di nuovo per aiutarci ad analizzare meglio il fenomeno, anzi, di aver percepito l’esistenza di aree sconosciute che hanno amplificato il problema, ed allontanato il possibile inquadramento in quello schema logico che rappresenta il primo passo per la soluzione di qualunque problema sociale. 

E la cosa non sembra migliorare anche se si esegue una scrematura delle letture, limitandoci a lavori di autori di cui è conosciuta la validità e l’obbiettiva serenità di pensiero.

Lungi dalla pretesa di aggiungere qualcosa di nuovo ai dati necessari al dibattito e, meno che mai, alla sua definitiva soluzione, proveremo perlomeno ad identificare i motivi che rendono così arduo la discussione circa questo argomento.

Riteniamo che i problemi che rendono difficile analizzare questo fenomeno si possano sommariamente riunire nelle tre categorie sistemica, psicologica e documentale-temporale.

Il problema sistemico riguarda la definizione stessa di “matriarcato”, in quanto è nota la difficoltà di attribuire a questo termine gli innumerevoli e spesso diversi significati del termine stesso.

Il rapporto tra uomo e donna può essere analizzato nel matrimonio, nei rapporti politici, in quelli adolescenziali e così via, dando luogo a problemi completamente diversi ed a diversi modi di intendere il rapporto-scontro tra i due sessi.

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Una cosa, evidentemente, è pensare ad un sistema socio-politico in cui le donne detenevano il potere, altra è la situazione in cui la donna aveva un forte ascendente all’interno della famiglia, altra ancora era quella di un sistema teologico basato su divinità femminili; ognuna di queste situazioni, maldestramente definite sempre con lo stesso termine di “matriarcato”, necessita di analisi completamente diverse.

Lo stesso discorso vale per l’atteggiamento dell’uomo nel confronto della donna: completamente differente è la vessazione dell’altro sesso se si parla di uno stupratore o di un marito amorevole che comunque considera la propria moglie come un essere infantile che necessita di una guida costante.

Se non si chiarisce quale di questi aspetti si prende in considerazione si tende ad affrontare il fenomeno in maniera così ampia da non poterne cogliere inevitabilmente i confini; l’analisi del matriarcato così “non definito”pone gli stessi problemi che avremmo se volessimo discutere genericamente di “filosofia”, di “intelligenza” o di “coscienza” senza definire quali sono gli aspetti che ci interessano, tra tutti quelli che queste espressioni della mente umana possiedono, rapportate alla società umana.

Si finisce pertanto, senza questo chiarimento, per arrivare a conclusioni generalizzate e generalizzanti, così lontane da ogni aspetto specifico della vita giornaliera da essere inutilizzabili.

Non sono pochi gli esempi, nella letteratura specifica, che ci fanno pensare che queste diverse situazioni non vengano prese in considerazione: per esempio quando troviamo scritto che “… le innumerevoli statue di divinità femminili ci fanno propendere per una forte presenza femminile nello sviluppo sociale di questa cultura …”, o, rovesciando i termini dell’analisi, quando “… l’influenza della donna negli affari della famiglia rimandano ad una probabile origine femminile della teologia …”.

Per risolvere, almeno in parte, questo problema, si potrebbe cominciare a smettere di utilizzare il termine “matriarcato” tout court, sostituendolo magari con definizioni più appropriate, adatte ad ogni diversa situazione, oppure ad utilizzare il termine “rapporti di forze tra i sessi” definendone, di volta in volta, gli specifici elementi che li caratterizzano.

Il secondo problema, quello psicologico, nasce invece dal fatto che la questione del rapporto tra i sessi è ancora attuale, a differenza di altri fenomeni studiati dalle scienze sociali e, nello specifico, dall’antropologia culturale: discutere di fenomeni antichi come, ad esempio, i sacrifici umani, non tocca quelle corde, e non va a stuzzicare quei sentimenti inconsci, che guidano ancora oggi ogni uomo (inteso evidentemente, in questo caso, come homo).

Troppo spesso il pur legittimo desiderio di emancipazione femminile ha stravolto la razionalità di studiosi (e, naturalmente, soprattutto di “studiose”) delle scienze sociali al punto che l’analisi di questo fenomeno, risentendo di fattori emozionali, è scivolata su derive non troppo serene (evidentemente la stessa cosa si può dire per i sostenitori di tesi opposte); ci si dimentica (o lo si fa di proposito, o magari inconsciamente) che se potessimo dimostrare l’esistenza di forme matriarcali nel passato, questo fatto non sarebbe una valutazione qualitativa delle capacità del sesso femminile, ma solo un aspetto che ci imporrebbe un’analisi diversa dell’evoluzione culturale, estremamente importante e apportatore di una più corretta visione sociale.

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Non abbiamo dati per stabilire che “… se le donne avessero avuto sempre il potere oggi il mondo sarebbe migliore …” come ogni tanto si sente ripetere anche da studiose serie: rispettando la “metodica della logica” dobbiamo affermare che questo fatto potrebbe essere possibile ma, allo stato dei fatti e dei dati in nostro possesso fino ad oggi, non è dimostrabile; i pochi casi storici di donne al potere non ci hanno trasmesso questa sicurezza, anche se, sempre rispettando la metodica prima ricordata, un mondo in cui “tutte” le donne fossero “sempre” state al potere avrebbe condotto comunque ad uno scenario completamente diverso, e quindi non abbiamo grandi capacità di immaginarcelo.

È sufficiente presenziare a qualche dibattito pubblico su questo argomento per verificare come questa “litigiosità” sia sempre presente, anche se velatamente, e come finisca per inficiare quella serenità di giudizio che sarebbe necessaria nella valutazione di questo fenomeno.

Il terzo problema è quello che abbiamo chiamato documentale-temporale: gli oppositori delle teorie sul matriarcato pretendono di trovare dati storici sicuri della sua esistenza, così come abbiamo trovato sulle mummie egiziane dei cartigli che non ci fanno dubitare sull’identificazione di un certo faraone.

Questo ritrovamento è abbastanza improbabile per motivi molto semplici: da una parte la possibile esistenza di forme matriarcali, se effettivamente ci sono state, sono rimandabili a tempi molto antichi, e sappiamo che più lontano nel tempo si è sviluppato un fenomeno sociale e più difficile è rinvenirne tracce; inoltre erano tempi in cui non c’era ancora la scrittura; inoltre, come sempre succede quando una cultura si sovrappone ad un’altra, quella posteriore tende a distruggere le tracce di quella precedente.

Se a tutto ciò aggiungiamo la deteriorabilità dei mezzi di trasmissione delle culture più antiche (generalmente rappresentate da manufatti in legno o da altri prodotti simili) ci rendiamo conto di questa impossibilità.

Allora torniamo alla solita metodica della logica: se non abbiamo prove di una certa cultura non è detto che essa non ci sia stata.

In questo caso dobbiamo semplicemente proporre delle ipotesi che ci sono suggerite dall’analisi e dalla valutazione di alcuni comportamenti della nostra specie, dai miti, dalle tradizioni, e verificare come l’esistenza del matriarcato possa essere stata possibile se corrispondente ai risultati di queste analisi.

Un metodo non diverso da quello che oggi si applica nella fisica, ad esempio in quella che si chiama “teoria delle stringhe”.

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Per molti anni i fisici hanno proposte teorie sulla struttura dell’universo basandosi sulla semplice speculazione, provando poi a verificarla mediante una verifica sperimentale, ossia attraverso quel metodo che si chiama “deduttivo-sperimentale”.

Newton non poteva certo dimostrare l’esistenza della gravità con delle prove, ma ne ha dedotto le leggi con l’intuizione e, successivamente, con metodi matematici.

La stessa speculazione è stata adottata, molti anni fa, per la struttura atomica. Solo più tardi la tecnica ha potuto verificarne l’esattezza con prove sperimentali. Oggi i fisici hanno dimostrato con la sperimentazione la struttura sub-atomica, mediante gli acceleratori di particelle, ma quando si sono accorti che questi metodi conducevano a risultati inconciliabili (ad esempio tra la meccanica relativistica e quella quantistica) hanno cominciato a proporre soluzioni diverse che, almeno nella teoria matematica-speculativa, permettesse loro di conciliare le due teorie, proponendo appunto la teoria delle stringhe.

Nessuno ha mai visto le stringhe (e, dati i problemi tecnici, è probabile che non sarà possibile vederle ancora per molti decenni) eppure l’ipotesi di una struttura di questo tipo si accorda con una visione “logica” del nostro universo.

È probabilmente questa la strada da percorrere nel caso che abbiamo preso in esame: anche senza prove documentali se l’esistenza del matriarcato ci permette di poter spiegare meglio certi fenomeni sociali dobbiamo ammettere che questa esistenza è probabile o, per lo meno, possibile.

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È questa la logica che è stata utilizzata da Marjia Gimbutas[1] utilizzando metodi interdisciplinari che conducevano alla formulazione di una teoria basandosi non solo sull’antropologia, ma basandosi anche di studi linguistici, storiografia, sullo studio comparato delle religioni.

Le sue possono sembrare speculazioni solo se non le si considera quelle che effettivamente sono: ipotesi di lavoro che devono essere vagliate, analizzate e criticate, ma sempre ricordando che si tratta di una costruzione speculativa che tenta di inquadrare uno scenario altrimenti incoerente; fino a quando non si troverà un’altra ipotesi migliorativa (o dati certi che negano le sue teorie) non si può scartarle come frutto di una fervida immaginazione.

Altrettanto speculativa ( e sulla quale quindi non spendiamo altre parole) la “teoria del dominatore e del mutuale” di Riane Esler[2].

È quindi auspicabile che le ricerche sul matriarcato possano procedere sulle linee indicate: maggiore sistematicità nell’organizzazione della ricerca, maggiore serenità, maggiore rispetto dei criteri fondamentali del metodo scientifico.

[1] Ricordiamo i lavori più importanti della Gimbutas: The Goddesses and Gods of Old Europe (1974), The Language of the Goddess (1989), The Civilisation Of the Goddess (1991).

[2] Della Esler riportiamo il suo lavoro che ha avuto un certo successo in Italia: Il Calice e la Spada.