Lo studio dei meccanismi magico-religiosi dei miti e delle fiabe ci permettono di interpretare l’importanza dei gesti e delle formule “magiche”.

Quando, da bambini, ci veniva raccontata una fiaba, era logico aspettarsi, prima o poi, il momento in cui una parola magica, un gesto, un’azione al di fuori della gestualità “normale” intervenisse a risolvere la situazione, a togliere dai guai l’intricata e pericolosa vicenda nella quale si era impegnato l’eroe, il protagonista principale. 

L’azione, o la frase, era compiuta dall’eroe stesso, a cui era stata rivelata (o, nel caso si trattasse di un oggetto, donato) dalla figura tutoriale della fiaba (una fata, un vecchio saggio, un folletto, la vecchietta incontrata nel bosco, un animale parlante, un cavaliere misterioso).

Una situazione completamente diversa da quella raccontataci più tardi dai sacerdoti nei racconti originati dai vangeli cristiani, nelle parabole, in cui, se qualcosa di straordinario avveniva, questa straordinarietà era possesso della sola divinità (o tutt’al più di un suo rappresentante) ma mai dall’uomo comune, anche se comunque egli era il protagonista dell’avvenimento.

Questa differenza tra le due situazioni è uno di quegli elementi che differenzia la mentalità magica da quella religiosa; la situazione è quella schematizzata nell’immagine della Fig. 1 sotto riportata.

Quindi l’azione, la parola o l’oggetto magico non scompaiono nel fenomeno religioso (anche se in questo caso fatti, parole ed oggetti si preferisce chiamarli “straordinari” anziché magici) ma sono semplicemente demandati alla divinità (od al suo rappresentante terreno); allora l’idea comunemente accettata della mancanza di fenomeni “magici” (straordinari?) nella religione è accettabile solo se si ammette questa diversa definizione, o interpretazione, del fatto fuori dell’ordinarietà.

D’altro canto analizziamo certi fatti che accadono durante i riti religiosi: uno per tutti la trasformazione di comunissimi pani e vini in carne e sangue di Cristo (ricordiamo che per la dottrina cattolica proprio questo fenomeno fisico avviene, e non semplicemente un fatto simbolico). Sarebbe difficile non chiamare questo un fenomeno magico, se questa trasformazione la ottenesse un uomo comune!

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Fig. 1
La differenza tra l’idea magica e quella religiosa passa attraverso la presenza di Dio come unica entità in grado di ottenere il prodigio.

La cosa diventa ancora più complessa quando la religione ha bisogno di un uomo, che si autodefinisce l’intermediario, o il sostituto sulla terra, tra Dio e gli altri uomini, per arrivare al risultato voluto; è quello che succede quando si passa da un tipo di religione, che potremmo definire “spontanea”, ad una “gerarchizzata”. (Fig. 2)

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Fig. 2
Il sostituto (generalmente autoproclamatosi tale) si arroga il diritto di compiere atti straordinari in nome della divinità.

Le due differenze appena mostrate tra le due diverse situazioni (magia o religione) ha un’importante ricaduta sui gesti e sulle frasi che definiscono la ritualità nei due casi.

Sappiamo che i fenomeni magici basano la possibilità di ottenere un risultato positivo grazie ai concetti di “magia simpatico-imitativa” e di “magia apotropaica”, ossia sulla possibilità di favorire un’azione “imitandola” o “negandola”. Un esempio del primo caso è quello dei rituali che, grazie all’accensione di grandi falò, venivano attuati per ottenere una stagione calda (il falò “suggerisce” la nascita del sole dopo l’inverno); il secondo caso è quello delle fatture attuate con funicelle annodate (il nodo rappresenta “la negazione” di qualcosa).

È chiaro quindi che in questi casi le azioni (e lo stesso vale per il frasario) devono suggerire qualcosa che sia facilmente interpretato da chi assiste al rito: è facile vedere nel falò l’immagine del sole, o in quello dell’acqua aspersa sui campi per ottenerne la fecondità l’immagine della pioggia, o ancora nel nodo qualcosa che “impedisce” un atto; un’azione, o una frase, che non abbia un legame facilmente intuibile, attraverso il simbolismo, con ciò che si vuole ottenere non sarebbe percepito come valido.

Nel caso della religione il gesto e le frasi hanno, in un primo tempo, le stesse caratteristiche viste per la magia (d’altro canto il risultato da ottenere è il medesimo, e quindi non potrebbe essere diversamente) ma il sostituto di Dio è preoccupato, oltre al fatto di ottenere il risultato, anche di dimostrare che lui, e solo lui, è l’intermediario tra la divinità e l’uomo, per cui gesti e parole finiscono per assumere significati ermetici, non più facilmente interpretabili da chi assiste al rito come nel caso della magia, quasi fossero un codice segreto tra l’officiante e Dio.

Si badi bene che non si sta parlando, nel caso del fenomeno religioso, di una segretezza dovuta ad intenzione egoistica, volta a proteggere il proprio status (anche se, ovviamente, può esserci anche questa intenzione) ma di un legittimo desiderio di chi crede che solo una religione gerarchizzata sia il modo per poter affrontare e risolvere positivamente il problema esistenziale del rapporto dell’uomo con l’entità superiore.

Fatte queste considerazioni il risultato risulta allora evidente: una gestualità ed un frasario comprensibili alla gente nel caso della magia, una sorta di interlocuzione esoterica tra il sacerdote e Dio nel caso della religione.

È appena il caso di far notare come questo fatto sia ben visibile anche oggi; si pensi al rituale della messa cristiana, soprattutto quando veniva recitata ancora in latino, lingua che la maggioranza dei partecipanti non conosceva: una serie di allocuzioni incomprensibili, gesti che lo erano altrettanto (inchini, movimenti delle mani e delle braccia, il volgere il capo ora verso l’alto ora verso il basso, ecc..).

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Nell’officiante religioso la ritualità sembra quasi esprimere più stati emozionali ispirati dalla spiritualità che rispondere a logiche simboliche.

Se, a questo punto, le differenze delle ritualità nei due casi sembrerebbero un discrimine sicuro per distinguere i due fenomeni (e come tali fornire all’antropologo uno strumento di analisi degli aspetti magico-religiosi) occorre però far notare che le difficoltà vengono da un’altra parte.

È vero, come abbiamo visto, che gesti e parole sono diverse, ma magia e religione possono tendere alla similitudine ancor prima che gli stessi gesti e parole ne rappresentino l’essenza comunicativa, e questo perché anche la magia può tendere a quella forma gerarchizzata che, abbiamo visto, rappresenta uno stadio evolutivo della religione.

Per chiarire questo concetto torniamo all’esempio che ha aperto questo lavoro: le fiabe che ci venivano raccontate da bambini.

Di fronte alle azioni richieste al protagonista tutti i bambini di questo mondo si sono chiesti: perché l’aiutante tutoriale dell’eroe non concede direttamente a quest’ultimo le sue capacità magiche, perché il mago non concede direttamente lo scettro fatato al suo protetto anziché investirlo di pratiche brigose e difficili? Perché la fata madrina di Cenerentola non le permette di essere così affascinante da far innamorare direttamente il principe anziché complicare la cosa con zucche che si trasformano “a scadenza temporale” e le fornisce calzature così decisamente scomode?

L’analisi delle fiabe e dei miti ci mostrano un notevole campionario di elementi magici risolutivi utilizzati dalla figura tutoriale: tra gli strumenti la bacchetta magica, frutti magici, utensili (pettine, abito, arma, borsa o borsellino) strumenti musicali, animali amici; tra le parole formule magiche, nome segreto, ritornelli o cantilene, numeri magici.

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La Bella Addormentata è costretta a passare attraverso la puntura del fuso, ed il suo salvatore ad abbattere una serie infinita di ostacoli per arrivare al finale positivo della storia.

La prima risposta a questa domanda passa attraverso il significato profondo delle fiabe e dei miti: con la magia usata direttamente dall’eroe si perderebbe la necessità della “prova imposta” al protagonista: fiaba e mito devono soprattutto insegnare, ed è fondamentale che l’insegnamento non si possa ottenere se non si passa attraverso il superamento di alcune prove; ma esiste anche un’altra ragione a questa incompleta “delega“ del potere: se la magia fosse concessa in toto all’eroe non ci sarebbe più bisogno del tutore, il protagonista si eleverebbe al suo stesso livello, e questo cancellerebbe la linea gerarchica ente superiore > tutore > eroe; un chiaro esempio di ciò sta nel fatto che l’eroe può ricevere in dono un oggetto magico, ma non riceve mai la bacchetta, simbolo principale dello status superiore del tutore.

In definitiva anche nella magia (o per lo meno in questo stadio evolutivo del fenomeno magico) è presente la volontà di creare una struttura gerarchica, né più né meno che nel fenomeno religioso; anche in questo caso esiste un intermediario tra l’uomo comune e quell’insieme di forze primordiali che rappresentano lo scenario del mondo magico.

Non per niente in certi fenomeni sociali moderni legati al mondo delle cosiddette società magiche-esoteriche (new age, neo-druidismo, wicca ecc…) la presenza di officianti, con il loro corredo di frasario e gestualità incomprensibili, è sempre più massicciamente presente, e per questo motivo (ed, a nostro parere, giustamente) gli studiosi di questi fenomeni sociali definiscono queste sette come forme di “nuova religione”, o di “nuovo paganesimo”, più che di rinnovato senso del pensiero magico.

In conclusione possiamo dire che il fenomeno magico primitivo, quello che si basava su un rapporto privilegiato tra l’uomo e l’universo, senza alcun intermediario, sembra non trovarsi più nella società moderna, nonostante alcune forme nostalgiche del passato.

Crediamo lo si possa ritenere un momento irripetibile per la nostra società, stante il senso sempre più grande di quello che oggi si usa chiamare “fenomeno di globalizzazione” e che altro non è, in definitiva, che l’estendersi a settori sempre più ampi della società umana tutte quelle esperienze sociali che un tempo erano limitate al proprio gruppo di appartenenza; il tutto favorito da un’esplosione esponenziale delle capacità tecniche e tecnologiche dell’uomo (che poi esista, parimenti a queste, anche un aumento delle capacità scientifiche e di quelle emozionali è tutto da verificare).

A meno che non intervenga una sostanziale rivoluzione sociale.