L’adulazione, la doppiezza, la falsità, l’equivoco permettevano all’uomo del passato di tenere un comportamento ambiguo nel rapporto con le divinità.

In tutte le culture in cui il rapporto con le divinità avveniva “anche” tramite riti magici di carattere propiziatorio, esisteva pure il rito opposto, quello scongiuratorio. 

Per le popolazioni antiche, che credevano fortemente nella possibilità di mutare il proprio destino tramite operazioni rituali che mettessero in contatto fenomeni della stessa valenza (secondo il concetto magico-religioso “il bene chiama bene, il male chiama male”) era normale affidare il proprio futuro a pratiche propiziatorie per favorire eventi positivi (tramite la magia “simpatico-imitativa”) ed a pratiche scongiuratorie per evitare quelli negativi (magia “apotropaica”).

Nelle culture in cui la buona riuscita del proprio lavoro era dipendente dai capricci della sorte c’era un forte legame a credenze e pratiche superstiziose.

Così era per la cultura contadina, o anche per quella di chi viveva dei prodotti della pesca; le forti piogge, la grandine, la siccità, i temporali improvvisi, le burrasche di mare erano tutte cause che potevano influire notevolmente sulla buona riuscita dei raccolti, evocando lo spettro della fame e della morte.

Nelle professioni in cui non c’era questa dipendenza, come per quegli artigiani che lavoravano all’interno delle proprie case e con materiali che si potevano approvvigionare con facilità, questo fenomeno era molto meno accentuato.

Oggi questi motivi esistono ancora, anche se le conseguenze si sono ridotte grazie sia a questioni puramente tecniche (l’aumento della produttività agraria legata a nuove tecnologie, i metodi per la previsione del tempo, i sistemi antigrandine, l’invenzione del radar) sia a metodi di protezione “sociale” (dalle forme di cooperazione alle pratiche assicurative).

Un tempo, invece, per questi motivi esistevano un notevole numero di invocazioni a santi con le quali si supplicava perché il tempo fosse clemente; una di quelle più conosciute in quanto gli studiosi del folklore la ritrovano in tutte le zone della Romagna, era la seguente[1]:

 

“… Senta Bërbera benedeta

tnis lunten da e’ ton e da la saieta,

Senta Bërbera e San Simon,

San Simon e San Eustachi

sempar a vo’ am’ aracmand …”

 

“… Santa Barbara benedetta

tienici lontano dal tuono e dal fulmine,

Santa Barbara e San Simone,

San Simone e Sant’Eustachio

sempre a voi mi raccomando …”

 

con alcune variazioni nel testo e nella grammatica (e nella fonìa) a seconda delle zone che vengono prese in considerazione.

1

Santa Barbara

Queste invocazioni non trovavano mai riscontro nell’ufficialità dei testi ecclesiastici, ma nascevano direttamente dalla gente, che le inventava di sana pianta, utilizzando nomi di santi imparati dall’ascolto della liturgia ufficiale per situazioni tipiche della propria professione; esistevano anche riti propiziatori, come quelli di dedicare una piccola parte del raccolto a dio, o le “maggiolate” come richiamo della buona stagione.

Sia queste invocazioni che i riti propiziatori erano retaggi di antiche forme di protocristianesimo mutuato dalle forme pagane dell’offerta alle divinità: nel paganesimo si offriva qualcosa ottenuto con la propria fatica alla divinità, nel cristianesimo si offriva invece la propria devozione.

Ma se nella strofa sopra citata la preghiera perché il santo vegli sul raccolto risulta evidente in quanto espressa in maniera diretta (“… Santa Barbara, visto che sei la nostra protettrice, tienici lontano il cattivo tempo …”) esistevano invocazioni in cui, dalla semplice lettura del testo, sembra che si invitasse la divinità a fare il contrario, o, comunque, non si chiedeva nessun tipo di protezione.

È il caso di una di quelle usata dai pastori che iniziava con la frase:

 

“ … E’ piov, e’ piov, e’ vó nivé

tanti pìgar da badé…”

 

“ … piove, piove, vuole nevicare

(ho) tante pecore da accudire …”

 

Un altro esempio. Le donne romagnole, quando i ragazzini si ferivano (e la ferità più comune era la sbucciatura di un ginocchio, visto che si portavano i pantaloni corti fino quasi all’adolescenza), dopo aver pulito la ferita con un po’ d’acqua e averla tamponata con la carta gialla bagnata, recitavano la seguente frase:

 

“ … Guarìn, guaròs,

manda via la péla e l’òs …[2]

 

“ … Guarìn, guaròs,(?)

manda via la pelle e l’osso …”

 

Al di là dei termini guarìn, guaròs, che hanno evidentemente solo lo scopo di fornire una forma cantilenante alla frase, aggiungendo termini che richiamano il vocabolo “guarigione” per similitudine fonetica, la frase stessa possiede una logica che a primo avviso sembra irrazionale: perché, se la cantilena deve propiziare una guarigione, si chiedeva che dovessero sparire “pelle e osso”?

Bisogna rifarsi allo studio dei meccanismi antropologici per capire che certe forme di preghiera venivano da un passato molto lontano, quando si pensava che esistessero divinità con un carattere molto simile a quello umano, che erano buone e cattive allo stesso tempo.

Basti pensare alla negazione del fuoco all’uomo da parte degli dei, come narrato dal mito di Prometeo.

E se non proprio cattive per lo meno potevano essere dispettose; quel modo di pronunciare la frase veniva pronunciata per sviare le attenzioni delle divinità sul soggetto coinvolto.

Era un fenomeno presente in tutta l’antica area europea; se ne hanno tracce nelle religioni etrusca, greca, romana e in quelle dell’area transalpina.

Il meccanismo era il seguente: se si dava per scontata una situazione sfavorevole, e si evidenziava questa convinzione ad alta voce perché la divinità (immaginata nel suo possibile momento di “luna storta”) ne fosse al corrente, se si dava segno di accettarla come una cosa possibile, era inutile che la divinità stessa intervenisse per peggiorare la situazione: alla divinità maligna (almeno in quel particolare momento) pareva già sufficiente quella punizione, e non pensava di peggiorarla; nel dialetto romagnolo, appartenente al gruppo dei dialetti gallo-romani, queste logiche antiche sono rimaste, e quando le antiche divinità pagane furono rimpiazzate da quelle cristiane, a queste ultime rimase, nelle convinzioni della gente, il carattere “umano” (e che quindi può essere anche lunatico) ereditato dalle divinità antiche.

2

Giove adulato, in un dipinto di Jean August Ingres.

La bibliografia mostra situazioni molto simili in altre parti del mondo; gli studi di Meyer[3] e di Howitt[4] presso gli aborigeni australiani, di Lumholtz[5] per le antiche popolazioni del Messico, di Waterhouse[6] in Polinesia, mostrano situazioni e frasi simili.

Con la stessa logica scongiuratoria si spiegano allora certe forme di saluto romagnole, la più comune delle quali è la classica: “..c’ut vegna un azident! Com a stet?”, altrimenti incomprensibile, visto che la prima parte della frase è completamente in antitesi con la seconda: si voleva far notare alla divinità che ad una persona alla quale si chiedevano notizie della propria salute si inviava già un augurio infelice, e quindi non era il caso di peggiorare la situazione provocandogli altre sventure.

3

Marte adulato da Venere, in un dipinto di Jacques Luis David.

Questa mentalità persiste anche oggi in certe forme di superstizione: dallo studente che non vuole che gli si auguri fortuna per il prossimo esame, al convalescente che, a chi gli dice di “vederlo bene”, sussurra il consiglio di “non dirlo troppo forte”, chiaro riferimento ad una divinità sempre attenta a porre orecchio a tutto quanto viene pronunciato dalla gente. E’ il concetto espresso dai termini “portare male” o, in un linguaggio spesso utilizzato dai giovani, “di gufare”. Questa interpretazione popolare del carattere della divinità era ben conosciuto dagli ecclesiastici, e quindi veniva combattuto. La predicazione non riuscì comunque a far dimenticare del tutto l’aspetto umano delle divinità attribuito dal popolo ai santi, per cui permaneva l’idea che non fossero così angelici come voleva la teologia, quindi a volte si arrabbiavano, quando addirittura non prendevano a legnate i peccatori incalliti; a volte erano permalosi, e avrebbero potuto rispondere negativamente a certe richieste (magari esagerate) da parte di chi impetrava favori.

Scomparve il concetto della divinità che poteva essere imbrogliata con false maledizioni (“divinità singola” che un po’ alla volta sostituì l’idea di “divinità multiple”) ma rimase quella di un suo aspetto molto umano, alla quale era comunque possibile attribuire l’idea della permalosità.

Nel folklore irlandese, dove le fate sono considerate più dispettose che benevole, contrariamente all’immagine che ne danno le favole moderne, ci si rivolgeva loro chiamandole “buone vicine”, “buone sorelle”, “amiche invisibili”, “ziette”, o con altri nomiglioli leziosi.

4

Lo stesso succedeva con gli gnomi ed i folletti, spesso benevoli e dispettosi al contempo[7].

La soluzione era perciò quella di rivolgersi a queste divinità dal carattere mutevole e permaloso chiamandole con nomignoli o vezzeggiativi, o all’uso di nomi famigliari, come se il santo fosse un vicino di casa; ecco la necessità di mascherare una richiesta con una frase che fa ritenere la richiesta stessa una bazzecola, o fa pensare che dopotutto non si avevano grandi preoccupazioni se anche dovesse verificarsi un evento negativo.

Ecco allora che San Pietro, quando gli si chiede un grosso favore, viene chiamato famigliarmente Piròn, San Giuliano[8] ricordato come e’ mi Zulien, la madre di Cristo ricordata come Madunena pzena pzena[9], San Giuseppe che diventa sempre ed inevitabilmente San Iusèf e’ viciarel[10], e persino l’uso del termine e’ Giavlaz, che risulta sicuramente più affabile che e’ Dimoni.

Se i gesti adulatorio-apotropaici e le antiche orazioni popolari che utilizzavano questa mentalità sono ormai abbandonati[11], abbiamo visto che la loro logica permane ancora in atteggiamenti attuali, probabilmente perché nel comportamento umano è innato il rapportarsi agli altri (soprattutto con quelli che si ritengono “superiori”) in maniera adulatoria.

[1] Era questa un’orazione molto comune, ancora ricordata da qualche persona vivente. Si trova riportata da moltissimi autori che si sono occupati di ricerca sulle radici storiche delle orazioni (Bacocco, Piancastelli, Foschi e altri).

[2] Per correttezza è importante far notare che la frase non è simile in tutta la Romagna. In alcune zone dopo la prima parte (Guarìn, guaròs) ne possono seguire altre diverse da quella ricordata (manda via la péla e l’òs) a dimostrazione di come l’invenzione di queste litanie fosse legata alla cultura di ogni singolo piccolo paese.

[3] H. A. EDWARD MEYER – Manners and custom of the Aborigines of the Encounter Bay tribes – G. Dehane, 1963.

[4] A. WILLIAM HOWITT – The native tribes of South East Australia – Londra, McMillan, 1904.

[5] CARL LUMHOLTZ – Unknown Mexico: A record of Five Years’ Exploration Among the Tribes of Western Sierra Madre – Cambridge University Press, 2011.

[6] JOSEPH WATERHOUSE – The king and people of Fiji – Wesleyan Conference Office Press, 1966.

[7] Nel caso della duplicità del carattere degli gnomi va comunque fatto notare che questo particolare aspetto è più legato alla loro caratteristica di figura tutoriale, e quindi è più dovuto alla loro volontà di insegnare mediante un sistema “anche” punitivo.

[8] U. FOSCHI : “La poesia popolare religiosa in Romagna “ - Orazione di S. Giuliano “ – Maggioli Ed. Santarcangelo di Romagna, 1969, pag 95.

[9] G. BACOCCO : “Antiche orazioni popolari romagnole” – Ed. La Mandragora, Imola 2004, pag 251.

[10] T. RANDI : “Saggi di canti Popolari Romagnoli. Atti e memorie della R. Dep. di Storia Patria per le provincie di Romagna” – III serie V.IX Bologna 1891, pag.243.

[11] Si possono trovare nei lavori degli autori ricordati in questo lavoro, compreso quello dello scrivente riportato alla pagina Bibliografia di questo stesso sito.