Non si insisterà mai abbastanza su quanto lo studio antropologico sia importante per analizzare i collegamenti tra culture diverse, anche molto lontane; è vero che questa disciplina è nata con lo scopo primario di studiare l’evoluzione del pensiero e delle culture dell’uomo, ma i guasti e le tragedie che hanno avuto la loro origine in teorie filosofico-politiche basate su inesistenti concetti razziali, particolarmente dopo i primi anni del 1900, ci fanno capire come essa possa anche contribuire ad una maggior comprensione dei legami tra gruppi di persone; a volte scopriamo fenomeni così simili in culture anche molto diverse che sembrano annullare in un sol colpo la distanza geografica e culturale che le separa, quasi fossero legate tra loro da vincoli parentali recentissimi. 

Abbiamo già visto qualcosa del genere in analisi comparative di tradizioni romagnole con quelle sarde, quelle sabine e, spingendoci anche più lontano, con tradizioni irlandesi e dei paesi baltici[1]; in questo lavoro ci dedicheremo ad analizzare alcune tradizioni popolari russe e confrontarle con quelle analoghe di altri paesi (e della Romagna).

In particolare analizzeremo la straordinaria somiglianza tra un essere fiabesco delle tradizioni russe, lo spiritello chiamato Domovoj, e il romagnolo Mazapégul.

In Russia il momento di cesura tra le tradizioni religiose pagane e l’avvento del cristianesimo è definibile in maniera abbastanza netta. Fu tra il IX e il X secolo che la dottrina cristiano - ortodossa fu introdotta in quel paese, soppiantando quelle che, fino a quel momento, si possono definire esclusivamente come divinità pagane molto poco strutturate, con una mitologia semplice e lineare, molto lontana da quella ricca e complessa delle antiche culture del mediterraneo alle quali siamo solitamente abituati a prendere in considerazione quando parliamo di pre-cristianesimo.

In realtà, nonostante questa idea del paganesimo russo che si manifesta attraverso rappresentazioni molto semplici sia quasi universalmente accettata da molti storici, e molto spesso anche dagli stessi russi[2], ciò potrebbe essere solo il risultato della mancanza di una sufficiente documentazione a questo riguardo, soprattutto di quella scritta.

Infatti le tradizioni pagane si trasmettevano solo in maniera orale, dato che il livello raggiunto dalle popolazioni di quelle aree non ha permesso la trasmissione di testi scritti, per aspettare i quali bisogna rifarsi a lavori molto posteriori e, tra l’altro, scritti da autori non russi.

Un primo documento che ci riporta informazioni sul pantheon russo è la Chronica Slavorum, redatto in latino da Helmond di Bosau attorno al XII secolo; un altro lavoro spesso consultato è la Historia Danica[3], scritta da Saxo Grammaticus nel 1208, testo sempre in latino, che è però abbastanza avaro di notizie su questo argomento dato che in realtà fu scritto con l’intento di redigere una storia del popolo dei Danesi.

Grazie a questi testi sappiamo che la divinità principale era Perun, dio del tuono, del tempo e della guerra, il cui antagonista era Veles, dio dell’acqua, degli inferi e della magia; moglie di Perun era Perperuna, dea della pioggia e della fertilità. Data l’importanza che ha sempre rivestito l’agricoltura nelle società antiche, e data la vastità geografica di quei paesi, c’erano inevitabilmente anche divinità diverse da queste legate agli stessi principi: così come dio della pioggia troviamo anche Mokos, Khors come dio del sole invernale, Jarylo dea della giovinezza, della fertilità e della primavera. Inoltre si trovano figure come Morana, dea della morte; Svarog, una sorta di fabbro degli dei, che aveva creato il sole; Radigost, che proteggeva le città, i viaggi ed il commercio.

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Sopra, l’immagine di Baba Jaga in una famosa interpretazione dell’illustratore Ivan Bilibin, del 1900.
Sotto, la sua capanna, in una interpretazione popolare che la vede su una sola zampa (a volte viene rappresentata su due zampe).

Ma più di queste divinità, tra l’altro elencate in maniera molto succinta, ci interessano di più le figure della tradizione popolare, quelle “divinità minori”, a metà strada tra gli déi più importanti e l’uomo; erano queste divinità minori a cui si rivolgeva la popolazione proprio perché le sentiva “più umane”, più vicine al proprio vivere quotidiano. Il rapporto con le divinità maggiori era lasciato ai sacerdoti.

Proprio perché considerate meno importanti, anche dagli stessi esponenti del cristianesimo ortodosso, furono meno combattute dalla chiesa ufficiale, e quindi restarono più a lungo nella memoria popolare. Vediamone alcune.

Baba Jaga è una vecchia mostruosa e maligna che, alla prima impressione, assomiglia molto alle streghe della tradizione occidentale: antropofaga, specialmente di bambini, vive in una capanna che si regge su zampe di gallina (su una o due zampe, secondo le tradizioni locali) le cui mura sono fatte di ossa umane. Si sposta volando all’interno su un mortaio, utilizzando il pestello come timone, traghetta le anime dei morti nell’aldilà, e si dice che la sua apparizione preannunci la morte di qualcuno.

Ma in realtà non è sempre maligna. A volte aiuta l’eroe di una fiaba a raggiungere il suo obiettivo, e questa duplicità di comportamento ci permette di tracciarne un’analisi antropologica.

Figura nata probabilmente da antichi culti agrari (quindi positivi) come tante altre divinità femminili europee (l’uso del mortaio e del pestello ci conferma il legame con l’agricoltura) è stata poco alla volta trasformata in modo negativo, legata all’annuncio di morte (come la Banshee irlandese, o gli spiriti delle donne che lavano gli abiti nei torrenti durante la notte, sempre nella stessa tradizione) ed al mondo infero (come le streghe occidentali). Anche la sua capanna su zampe di gallina, molto simile alle tombe degli antichi slavi, costruzioni sopraelevate dal terreno da pali di legno, confermano il suo collegamento con il mondo ctonio. Ma le sue antiche qualità positive non sono però andate perdute, almeno nel ricordo popolare, da cui quel duplice aspetto che ne fa a volte una figura malvagia e a volte “l’aiutante dell’eroe”, secondo gli schemi della fiaba classica studiate proprio da un russo, il linguista e antropologo  Vladimir Propp.

Un’altra figura femminile è la Kikimora, generalmente considerata solo come persona malvagia. Abita nella stessa casa degli uomini, è piccola, magra, vecchia, con zampe di gallina e il naso a becco d'uccello. Come per Baba Jaga anche per Kikimora si dice che chi la vede filare all'ingresso della casa sia presto destinata a morire.

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La Kikimora. In lei sono presenti, a volte, alcune caratteristiche tutoriali e di difesa dei valori famigliari (così come nel Domovoj); per questo fatto in qualche tradizione viene considerata la moglie di quest’ultimo.

In realtà, sebbene compia a volte azioni malvagie, la Kikimora è soprattutto dispettosa, infastidita dalle persone pigre, dalle donne che non mantengono pulita ed in ordine la propria casa, ed in questi casi durante la notte distrugge le stoviglie, rovescia i secchi del latte, sbroglia i lavori a maglia già realizzati e poi ne aggroviglia le matasse di lana, ed anche le criniere dei cavalli (azione, quest’ultima, perfettamente identica a quella del romagnolo Mazapégul). Insomma ama le case in ordine e si arrabbia ferocemente in caso contrario. Nella cultura russa contemporanea si definisce con questo nome una persona brutta e sciatta, così come in Romagna la stessa persona viene chiamata paghéna[4]. Anche l’etimologia del nome mostra dei collegamenti con le culture occidentali; infatti il significato di Kikimora è quello di “spirito di mora” dove mora sta ad indicare una sorta di incubo. Mora ha un collegamento con il termine mara (di origine ebraica, con il significato di “amarezza” e quindi per traslato tutto ciò che conduce alla tristezza, all’infelicità, fino a condurre all’incubo[5]) che nell’antica cultura sassone trova il corrispondente nel demone Mårt (e nel suo femminile marë). L’attività di questo essere era quella di sedere sul petto dei dormienti, creando difficoltà nella respirazione e provocando incubi.

Anche questa, guarda caso, era una delle tipiche attività del Mazapégul.

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Due delle innumerevoli rappresentazioni del Domovoj: un’immagine ed una statuetta. Data l’enorme estensione del territorio russo è pensabile che vi possano essere interpretazioni fisiche di questo personaggio con differenze anche molto marcate tra loro.

Per terminare con le figure femminili ricordiamo infine le rusalki, simili alle sirene, che allettavano i viandanti per ucciderli. Divinità analoghe sono presenti in tutta l’Europa occidentale con nomi anche molto diversi (ninfe, ondine, naiadi, sirene fino alla Melusina della tradizione medioevale[6]); la loro caratteristica è di essere maligne o comunque molto ambigue nei rapporti con l’uomo. Una figura simile a questa nelle tradizioni romagnole è la figura dell’ Anguana.

Passando a figure maschili nella cultura russa compare il Vodjanoj, spirito dei laghi, dei fiumi e delle paludi, signore delle rusalki, essere maligno che si divertiva ad affogare la gente; il Lešij, signore dei boschi, che spaventava a morte le persone con scherzi spesso molto pesanti[7].

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La rappresentazione più usuale del romagnolo Mazapégul. Dalle immagini precedenti si può desumere anche la similitudine fisica con il Domovoj. Tutti e due di piccola taglia, del Mazapégul si dice che assomigli a qualcosa tra “il gatto e la scimmia”, cosa che si può notare dal confronto con l’immagine superiore di sinistra; da quella di destra si nota invece come i due spiritelli abbiano in comune il copricapo, che ricorda il classico cappuccio che nella tradizione latina era l’indumento dei geni psicopompi (genius cucullatus), ossia gli accompagnatori delle anime nel mondo infero,

Ma quello che più assomiglia al romagnolo Mazapégul è indubbiamente il Domovoj (che significa “lo spirito della casa”) e già nel suo nome vediamo una chiara derivazione latina (domo significa “casa” in russo, domus in latino, da cui si evince una sua origine dal culto degli antenati). Anch’esso, come lo spiritello romagnolo è di corporatura minuta e ricoperta di peli (del Mazapégul si dice che sia qualcosa tra il gatto e la scimmia); vive nella stessa casa dell’uomo e a volte indossa una camicia rossa (il Mazapégul un berretto rosso, e si dice che chi riesce a strappargli il berretto lo ha in suo potere) ed è anch’esso lo spirito tutoriale della famiglia.

Anche in questo caso lo spiritello, come la Kikimora e come il Mazapégul odia il disordine, la pigrizia, la mancanza d’igiene personale, e quando si trova di fronte a queste manchevolezze si comporta come un matto, rompendo le stoviglie della casa, nasconde gli attrezzi di lavoro, annoda in treccine le criniere dei cavalli.

Questi atteggiamenti, spesso anche molto violenti, presenti sia nella figura russa che in quella romagnola, hanno portato a credere che fossero figure maligne, mentre non erano altro che simboliche interpretazioni di un atto punitivo di chi trasgredisce un codice morale di comportamento, quello che la società definisce come accettabile.

L’unica differenza sostanziale tra i due sta nel fatto che mentre il Mazapégul segue la famiglia in caso di trasferimento in una nuova casa, il Domovoj rimane invece nella vecchia abitazione[8].

Terminiamo non con uno spiritello, ma con una pratica che si rifà alle tradizioni popolari legate alla magia, quella degli incantesimi o, per meglio definirle, delle “fatture” per soggiogare una persona o farle del male.

Lo scrittore russo Sjniavskij, nel suo lavoro citato all’inizio[9], ricorda una pratica consistente nel raccogliere e porre in un sacchettino la terra dell’impronta del piede di una persona a cui si vuole nuocere e appenderla vicino ad una stufa. Con il seccarsi della terra per il calore anche l’uomo a cui apparteneva l’impronta finirà per morire “disseccandosi”.

La stessa pratica, identica in tutti i particolari, è quella che in Romagna viene chiamata “la pedga tajeda” ossia “l’impronta tagliata” (nel senso di “asportata” dal terreno).

Quelli proposti sono solo alcuni esempi di sincretismo tra oriente ed occidente europeo, riportati in maniera molto sintetica per non appesantire questo scritto; un passo particolarmente interessante potrebbe essere quello di studiare i tragitti geografici attraverso i quali queste credenze popolari si sono mosse all’interno dell’Europa.

Comunque ciò che soprattutto colpisce nell’analisi di queste tradizioni è il fatto che faccia sembrare il mondo come un immenso villaggio, dove non è la diversità, ma solo la lontananza e la mancanza di reciproca conoscenza a creare le presunte differenze tra le persone.

[1] Vedere Influssi sulla Romagna dei paesi baltici, Sabini e Romagnoli, La Romagna e l’isola verde, Folklore romagnolo e folklore sardo, Influssi nordeuropei nelle tradizioni popolari romagnole, alla pagina TESTI del sito.

[2] Uno di questi, ad esempio, è lo scrittore e saggista contemporaneo Andrej D. Sjniavskij, autore di uno dei lavori sulle tradizioni russe più noto in occidente: Ivan lo Scemo: paganesimo, magia e religione del popolo russo.

[3] Historia Danica è il nome con cui viene abitualmente indicato questo testo, il cui titolo intero è Danorum Regum heromque Historiae, Historia Danica.

[4] Vedere, a questo riguardo, il lavoro Brota com una paghèna, su questo stesso sito alla pagina TESTI.

[5] Secondo lo studioso di religioni Alfonso M. Di Nola la popolare cantilena italiana che inizia con “Maramao perché sei morto….?” anche se poi stravolta nel significato, nasce da un’antica lamentazione funebre delle vedove, originaria dell’Italia centrale, che rivolgendosi alla salma del marito recitavano “Mara me, pecchè si muorte…” “Infelice me, perché sei morto …?”

[6] Vedere Quadristoria (prima e seconda parte) su questo stesso sito alla pagina TESTI.

[7] Lo scrittore russo Ivan Turgenev lo ricorda nel suo libro Memorie di un cacciatore.  

[8] Afanasev A. Nicolajevic, Russian Folk-Tales, Kegan, Trench, Trubner & Co. 1916

[9] Andrej D. Sjniavskij, Ivan lo Scemo: paganesimo, magia e religione del popolo russo, Guida Editori, Napoli 1993, alla pagina 194.