È possibile rintracciare un parallelismo nelle tradizioni degli abitanti di queste due regioni?

L’antropologia culturale non si limita a studiare i comportamenti dell’uomo dovuti alle sue credenze magico-religiose, alla sua psicologia ed ai suoi modelli sociali, ma, proprio perché ci permette di verificare le similitudini di tali comportamenti anche tra gruppi umani geograficamente lontani, ci fornisce le prove di un’unica origine della specie homo o, perlomeno, quelle di un’indubbia comunanza di esperienze culturali, il che dovrebbero almeno aiutarci a superare le barriere create nel tempo da esperienze e situazioni storiche diverse.

Forse dovremmo attribuire proprio a questo risultato, più che allo studio dei comportamenti umani, il fatto che questa disciplina venga definita come facente parte delle “scienze sociali”.

È già stato pubblicato, su questo sito, un lavoro che mette in evidenza le parentele culturali delle popolazioni romagnole e di quelle sarde[1]; qualcosa di analogo si può tentare per analizzare possibili origini culturali di riti relativi all’Alta Sabina, o, meglio ancora, di quel territorio che comprende l’Alto Lazio ed alcune propaggini meridionali di Umbria ed Abruzzi.

Le tradizioni ed i riti di questa zona dell’Italia che qui tenteremo di confrontare con quelli della Romagna, sono tratti da un lavoro di Mario Polia e Fabiola Chavez Huálpa[2], che espone in maniera chiara e con logica rigorosa proprio le tradizioni di quella regione.

D’altro canto una possibile parentela tra queste due zone del nostro paese ci viene innanzitutto dalla storia antica e dall’archeologia, che indica nelle popolazioni sabine (a cui seguirono poi quelle celtiche, le etrusche, le greche ed, alla fine, quelle latine) le prime ad insediarsi nelle terre in buona parte paludose di quella che sarebbe diventata successivamente la Romagna; il nome del fiume Savio, a sud di Ravenna, deriva dall’antico Sapis ( o Sabis) della cui etimologia è difficile dubitare; il fatto che la Romagna sia rimasta poi per lungo tempo sotto il dominio della Chiesa non ha fatto che rafforzare questi probabili legami.

Possiamo iniziare dal confronto più semplice, quello che evidenzia un parallelismo molto evidente: entrambe culture tipicamente contadine, lontane da quelle grandi città che hanno fatto la storia della nazione, e che erano viste solo nell’ottica di una prospettiva di lavoro in tempi di magra. Ed entrambe le popolazioni (ma questo è, probabilmente, solo una coincidenza) proprio verso Roma si rivolgevano per cercare lavoro, con quei prestatori di mano d’opera che nella Sabina erano chiamati bufurghi, e che in Romagna portarono invece all’origine del termine burino[3].

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Guerrieri Sabini

Anche i contadini sabini coltivavano canapa e granturco, ed entrambi dormivano su quei sacconi di tela (in romagnolo “i pajun”) riempiti con le foglie del mais, vero paradiso per le cimici.

Gli uomini della Sabina, come i loro corrispettivi romagnoli, erano i soli a frequentare le osterie, giustificando questo fatto con “la necessità che l’uomo, che

faticava più della moglie, aveva il diritto di ristorarsi”, ma il vero reggente della casa era la donna, che, come dice Polia, “teneva le chiavi dell’arcone[4] del grano” (la similitudine con le nostre azdore è più che evidente) grano con il quale preparavano, soprattutto durante le festività, vari tipi di vivande, una delle quali, tagliata a strisce, era definita “le sagne”.

Anche nelle espressioni della religiosità, quella interpretata attraverso il filtro della propria semplice cultura più di quella canonica dotta, sono molti i punti di contatto fra le tradizioni delle due popolazioni.

Negli abiti dei bambini defunti si cuciva una tasca contenente una preghiera (l’analogo di quello che, in Romagna, prendeva il nome di “breve”) una sorta di viatico al viaggio dell’infante nell’aldilà, rivolta a Cristo o a qualche santo; tra questi ultimi si ritrovano soprattutto san’Antonio Abate, santa Barbara, san Martino, san Giovanni.

Si tratta di santi il cui culto è particolarmente diffuso in Romagna: il primo in quanto legato inevitabilmente agli animali ed alla cultura contadina (nonostante la figura di questo eremita sia stata, nella realtà storica, abbastanza lontana da questo stereotipo); la seconda, come avremo occasione di vedere meglio più avanti, legata alle formule apotropaiche collegate al clima; san Martino era legato alla scansione del tempo agrario: “fare san Martino” (fè san Martén) significa anche oggi, in Romagna, “cambiare casa”, e ciò si deve al fatto che nella giornata dedicata al suo culto avveniva il trasloco del bracciante e della sua famiglia (masserizie comprese) che andava a lavorare presso un altro proprietario terriero; san Giovanni, in Romagna come nelle terre sabine, trasferisce nel cristianesimo le valenze positive legate ai culti dell’acqua, retaggio di antichi riti pagani assorbiti per sincretismo: quindi si ritrovano le stesse credenze rispetto al potere curativo della “guazza” (rugiada) raccolta al mattino del giorno a lui dedicato.

Come nella quasi totalità delle popolazioni del mondo, trovano grande risalto, anche nella cultura sabina, le credenze ed i rituali legati all’avvento del nuovo anno; quindi anche in questo caso troviamo interessanti parallelismi: dagli animali che assumono la capacità di parlare durante la notte dell’Epifania (in Romagna sono diventati famosi a questo riguardo, anche grazie ad una fortunata novellistica, i due buoi della stalla, noti con i nomi di Ro e Bunì), anche qui assume valenza propiziatoria il ceppo di Natale, le cui ceneri sono disperse sui campi proprio per favorire l’abbondanza del raccolto, abbondanza richiesta invece, nel periodo pasquale, con le croci fatta con le foglie della palma benedetta. Durante la quaresima c’è l’uso di non far suonare le campane (fenomeno detto “delle campane legate”) sostituendole con il suono di una carabattola di legno, detta tanavella (chiamata invece raganèla in Romagna) retaggio anche questo di antichi riti apotropaici.

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Un momento della lavorazione della canapa.

Anche nelle feste tradizionali con contenuto laico esistono delle similitudini: quella dell’usanza di percorrere le strade, nella notte di san Martino, facendo fracasso con pentole, campanacci e tamburi, atavico ricordo della pubblica disapprovazione sociale verso scapoli e mariti traditi (un classico fenomeno di charivari), festa analoga alla romagnola festa di béch (festa dei cornuti) che si tiene a Santarcangelo di Romagna (RM); o quella del periodo carnevalesco che prevedeva la presenza del fantoccio di una “vecchia”, interpretata come la personificazione della quaresima. Anche in questo caso era presente il rito di “segare la vecchia” a scopo propiziatorio, come nell’analoga tradizione di Forlimpopoli (FC).

È d’obbligo far notare, a riguardo di questa particolare festa, come proprio su questo sito sia stato proposta un’interpretazione diversa da quella quasi universalmente proposta, ossia che nella “vecchia” sia da intendere non tanto l’immagine della quaresima o di una sua trasposizione antropomorfizzata, quanto “l’ultimo covone di grano mietuto”, con riferimento agli studi di Frazer[5] che chiama “granny” (nonnina) tale covone, ed in ciò ci sentiamo maggiormente autorizzati quando apprendiamo che nella Sabina il covone si chiama gregna (in Romagna fégna).

Nelle superstizioni che traggono origine dalla mentalità magico-religiosa si possono ricordare come i rumori (specie se notturni) che si odono inevitabilmente nelle vecchie case costruite con abbondante legname, erano detti “l’orologio di san Pasquale”, mentre in Romagna erano chiamati “l’orologio della Madonna”; o la strega che annoverava, tra i tanti trucchi per venire identificata, la sua necessità di contare tutti gli steli di una scopa di saggina, che in Romagna diventava invece la necessità di contare tutti i chicchi di una spiga di grano, o di granoturco.

Nella Sabina i mazzamurelli, sorta di folletti dispettosi, erano identificati anche nei turbini improvvisi di vento, cosa perfettamente analoga a quanto si diceva del mazapégul romagnolo (simile anche nell’etimo)[6]; sempre al mazapégul si attribuivano i crini dei cavalli avviluppati in maniera disordinata (chiamate “treccine”) dopo che le povere bestie, durante la notte, erano state costrette dallo stesso folletto a corse affannose: nella Sabina tali treccine si credevano dovute alla “caccia selvaggia”, tradizione di origine nordeuropea, il che, ad ogni modo, rimanda ad antichi ricordi di rituali pagani, se non demoniaci.

Nelle orazioni popolari della Sabina sono numerosi i riferimenti a personaggi della cultura dotta. Scrivono gli autori:

“… e la tradizione forgiava nei giovani la coscienza dell’identità culturale assicurando alla comunità rurale la persistenza nel tempo di tale identità, un’identità profondamente religiosa i cui punti di riferimento ideali erano Cristo, la Vergine, i santi, gli eroi delle storie attinte dal repertorio della grande poesia di Dante, Ariosto, Tasso, che venivano apprese a memoria; i personaggi delle storie composte da poeti contadini e narrate fedelmente dai vecchi. Quei personaggi, o molti di essi, assieme ai cavalieri ed alle dame dell’Orlando Furioso o della Gerusalemme Liberata, pur appartenendo in quanto ad origini al mondo della fantasia colta, erano profondamente radicati nella realtà culturale delle campagne, tanto da rappresentare veri e propri archetipi che influivano in modo significativo sulla sfera del comportamento perché plasmavano, assieme ai valori fondamentali della religione, l’etica del popolo …[7]” .

Lo stesso è accaduto nel repertorio religioso popolare romagnolo, con riferimenti a Plutone, ad Ulisse, al Saladino; si trova addirittura un riferimento al “luminare Sin” figura della tradizione religiosa iranica[8].

Su questo argomento ci si potrebbe chiedere da dove venivano questi riferimenti colti presenti nel repertorio popolare. Forse dalla vicinanza, soprattutto nella fase dell’infanzia ed in quella adolescenziale, dei due ceti “padronato – servitù”, in cui la gerarchia non era probabilmente molto sentita nelle culture contadine; padroni, fattori e braccianti vivevano, molto vicini, e molto più vicini si sentivano i bambini ed i giovani per quella naturale empatia, scevra da pregiudizi, che caratterizza l’uomo nel periodo dell’infanzia.

A questo punto si potrebbe obiettare che scavando nelle tradizioni popolari di ogni paese è possibile trovare punti di collegamento riferibili ad origini comuni, e che perciò questo fatto non rappresenta niente di particolarmente nuovo; ma ciò che rende interessante l’analisi in questo caso è la similitudine particolarmente marcata, quale non si riscontra a volte neanche tra territori confinanti.

Al di là delle usanze e degli etimi già ricordanti, questo fatto appare ancora più evidente quando si esaminano più da vicino alcune espressioni della religiosità popolare, sia nei significati che nella metrica.

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Un rituale di charivari in un’interpretazione grafica ottocentesca.

In una di quelle che, nella Sabina come in Romagna, vengono definite “orazioni della sera” troviamo, nella prima regione, una “ …Io me ne vado a letto, co’ la Madonna ‘n petto …” analoga alla romagnola “… A’ vagh a let, s’la crosa (croce) me’ pet …” ; oppure, quando la tradizione popolare inserisce un avvenimento religioso in un ambiente tipicamente famigliare, come: “… avete vista Maria di lavare li panni belli di Nostro Signore […] e san Giuseppe poi li raccoglieva …”, trova la sua corrispondenza “in veste popolana” nel romagnolo … la Madona la lavéva, e san Jusèf e’ stireva …”.

Per far notare questa estrema similitudine, e quanto invece possano essere diverse in altre regioni, se pur leggermente, basti ricordare le quasi simili espressioni sabina e romagnola: “Santa Barbera e santa ‘Lisabetta, liberaci dal tuono, fulmini e saetta …”; “… Senta Bërbera banadeta, tnìs lunten da e’ ton e da la saieta …”, che sono già leggermente diverse da quelle espresse da un berbu sardo, che pur sottintende lo stesso concetto: “Santa Barbara mea a mesu campu, libera nos dae tronu e lampu …”.

Nei primi due non si è persa, nonostante l’appartenenza del dialetto romagnolo al gruppo gallo-romano e quello sabino all’antico-italico, la rima in – etta, (Lisabetta > saetta; banadeta > saieta) salvo la perdita della doppia, che è tipica della fonìa romagnola; nel caso sardo si passa invece ad una rima diversa (campu > lampu).

[1] Vedere il lavoro: FOLKLORE ROMAGNOLO E FOLKLORE SARDO. L’analisi antropologica mette in evidenza parentele tra le manifestazioni folkloriche delle due regioni, a dimostrazione dell’antichità delle origini delle tradizioni, pubblicato alla pagina TESTI di questo stesso sito.

[2] M. POLIA, F. CHAVEZ HUÁLPA: Mio padre mi disse – Tradizioni, religione e magia sui monti dell’Alta Sabina, Il Cerchio Iniziative Editoriali, Rimini, 2002.

[3] Vedere, su questo termine, il lavoro: IL BUIO ED IL NERO. Divagazioni sul concetto dell’oscurità (fisica e psicologica) nel dialetto romagnolo, alla pag. TESTI di questo stesso sito. Molti degli argomenti presi in considerazione in questo lavoro di confronto sono stati trattati sul sito, per cui si consiglia il lettore, nel caso voglia approfondire i fenomeni visti “dal punto di vista romagnolo”, di cercare l’articolo relativo. Questo viene detto per evitare di riportare, di volta in volta, noiose e ripetitive annotazioni a pie’ di pagina.

[4] Contenitore in legno del grano, origina probabilmente da “arca” nel suo significato profano di “elemento per contenere qualcosa”.

[5] FRAZER, J. : Il Ramo d’oro, Newton Compton, 2009, pag. 454 e seguenti.

[6] Qualche tempo fa, anche per esorcizzare la paura che tali piccoli turbini di vento provocavano nei turisti estivi della costa romagnola, qualcuno propose di inventare una festa (La fèsta di fulét – Festa dei folletti) ma la cosa non ha avuto, purtroppo, seguito. Un’occasione persa per parlare di tradizioni.

[7] M. POLIA, F. CHAVEZ HUÁLPA: op. cit. pagg.35,36.

[8] R. CORTESI – F. CORTESI: Sacro e profano. La religiosità popolare in Romagna tra reminiscenze pagane e Cristianesimo, Il Cerchio Iniziative Editoriali, Rimini, 2012.