L’analisi di elementi comuni a divinità del mondo infero ci mostra l’immagine di una figura che ha percorso tutto il mondo antico, fino ad oggi.

L’esame dei contenuti simbolici attraverso i quali si è espressa l’evoluzione del concetto dualistico “bene-male” ha da tempo mostrato che si è venuta creando (ed è ormai fossilizzata) una casistica che può essere verificata in tradizioni di tutto il mondo. 

Fanno parte di questa casistica, per quanto riguarda il concetto di “bene”, figure come il sole, la luce, il fuoco[1], il cibo, il sonno, l’acqua, le piante, i fiori, il coraggio, l’amore; la tipologia opposta contempla invece il buio, le grotte, i temporali, gli incubi, gli animali selvaggi, ecc… Una serie di immagini infinite, sulla simbologia delle quali sono stati prodotti altrettanto infiniti lavori interpretativi.

Il concetto di “morte” non è sfuggito a questo paradigma, e va da sé, per definizione stessa, che la morte faccia parte della categoria degli elementi negativi; il fatto che nella medesima categoria siano spesso collocate figure tipicamente femminili, e che ciò sia da collegare al rapporto conflittuale tra uomo e donna che tende a demonizzare quest’ultima (o, per dirla in termini più “scientifici”, alla lotta per il potere tra patriarcato e matriarcato) è un’ipotesi sulla quale non tutti sono d’accordo[2]. E’ però un fatto ormai accettato il concetto di positività per il trinomio “uomo–sole-luce” in contrapposizione a quello negativo “donna-luna-oscurità”, e che ciò sia alla base di estrapolazioni che hanno originato tradizioni come quelle della stregoneria associata all’universo femminile.

E proprio femminile è la divinità greca preposta all’accompagnamento dei morti nel mondo dell’aldilà: Ecate (o Hekate); probabilmente una figura precedente alla dominazione dorica della Grecia, forse una filiazione da divinità fenice, dell’Asia o egizie (Heket); gli accenni più antichi su Ecate si trovano in Esiodo[3], in Sofocle, Eschilo, Aristofane, ed in un Inno di Demetra di autore incerto. Questi testi mostrano le sue caratteristiche principali: come la sua funzione sia superiore al volere di tutti gli altri dei (concetto che ritroveremo nel mondo romano con la prevalenza del “destino” – Fatum – su qualunque altro volere, ed in quello medioevale con la morte rappresentata come “regina” nella Danza Macabra), come protettrice della porta tra il mondo dei vivi e quello dei morti[4], e come accompagnatrice (aspetto psicopompo) dei defunti nel loro viaggio verso il mondo sotterraneo.

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La morte viene rappresentata, in uno dei tanti dipinti della Danza Macabra, come colei che “conduce” la danza di vivi e morti. I morti sono rappresentati generalmente come scheletri intenti a suonare strumenti musicali, ed i vivi come ballerini che si muovono in una danza la cui destinazione è il mondo sotterraneo.

La sua particolare caratteristica di protettrice dell’ingresso al mondo inferiore (rappresentazione simbolica di quel particolare momento liminare che è il passaggio tra la vita e la morte) finì per trasformarla anche nella divinità che presiede ai momenti significativi della vita, rappresentati concretamente dalle strade che si dividono in più direzioni; con queste caratteristiche divenne la dea dei bivi, dei crocicchi, dei trivi (Ecate Trivia venne chiamata dai Romani) e come tale rappresentata in triplice aspetto; da questo, la sua successiva trasformazione in figura con tre corpi distinti il passo fu breve.

È da questo concetto che nacquero le Moire del pantheon greco, rappresentate con strumenti che simboleggiavano la facoltà di determinare la durate della vita degli uomini: Cloto filava il “filo” della vita, Lachesi, che avvolgeva il filo su un fuso, e Atropo, che lo recideva con le forbici.

Le Moire ebbero il corrispettivo nelle Parche della mitologia romana, identiche nei nomi e nelle funzioni.

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Una immagine di Ecate Trivia

Questa immagine si è tramandata nelle tradizioni popolari di diversi paesi, Romagna compresa, dove la morte viene a volte definita “la Canucéra” (dalla “conocchia” per il filo); tra le molte espressioni in romagnolo che la riguardano ci piace ricordarne particolarmente una, per il contenuto sociale che la contraddistingue. Per indicare quanto gli uomini siano uguali di fronte alla morte si usava dire:

 

“La Canucéra,

com ad ogna sfrè la fera,

tot a gl’erbi de prè la met a pêra”

 

(La Morte,

come ad ogni colpo la falce,

pareggia tutte le erbe del prato)[5]

 

L’aspetto triplice ha finito per mettere in relazione la divinità, secondo una serie di collegamenti simbolico-mentali autorafforzantisi, con la donna (giovinetta, donna matura e vecchia) così come già lo era con la vita (nascita, maturità, morte) e con la luna (nelle sue tre fasi di nascente, piena e calante); da ciò la credenza che i riti che venivano eseguiti durante la notte fossero collegati alla pazzia. Probabilmente a questa reminiscenza si deve la credenza popolare romagnola che addormentarsi con il viso rivolto all’astro notturno conducesse a risultati negativi (durmì con la fâza a la luna e vén la boca tòrta - dormire con il viso rivolto alla luna deforma la bocca).

Queste figure mitiche erano indifferenti alla sorte dell’uomo, ma il dolore per la perdita di un congiunto finì per farle acquisire una caratteristica tipicamente umana, e dato che la tipica manifestazione del cordoglio è il pianto, vennero contraddistinte dal “lamento”, il tipico pianto rituale le tracce ritroviamo nell’arte pittorica greca, ed ancora oggi si trova nelle manifestazioni funerarie di molti popoli; in Italia, in particolare, nelle regioni del Sud.

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Sopra le Parche. Anche la mitologia norrena presenta figure con le stesse caratteristiche: le Norne. Sotto un’immagine greca delle “lamentatrici”.

Nella mitologia norrena si trova una figura molto simile, la Banshee (che si può tradurre all’incirca come “la donna del destino”).

Molto simile, nella figura fisica, alle Parche (vestita di scuro, di solito anziana e piangente) la sua caratteristica principale era quella di annunciare preventivamente l’approssimarsi del momento del trapasso di qualcuno con lunghi lamenti, spesso accompagnato da latrati di cani (anche di Ecate si dice fosse accompagnata da torme di cani latranti); i lamenti erano uno dei “segnali” che indicavano la partenza per il mondo dei morti celtico, l’Annwyn[6], ed erano diretti, generalmente, solo ai malvagi.

È facile vedere nei lamenti della Banshee un collegamento con la credenza romagnola dell’approssimarsi della morte quando si udiva il lamento della civetta (altra figura che fa parte della casistica delle cosiddette “entità malvagie”) a rimarcare, ancora una volta, la comune origine indoeuropea della maggioranza delle tradizioni popolari del vecchio continente.

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L’apparizione di una Banshhe, riportata in una rivista popolare scozzese.

Tra i segnali dell’approssimarsi del momento del trapasso, sia nell’ antichità che oggi in Romagna, era anche l’udire un continuo ticchettio, lievi colpi ad intervalli regolari. Per gli antichi era il suono dei granelli di sabbia della clessidra della vita, che ormai si stava vuotando (in tempi più moderni si diceva fosse invece il ticchettio dell’orologio che stava per fermarsi). Nei paesi germanici si diceva invece fossero i folletti ctonii che davano gli ultimi colpi al tunnel che, dall’aldilà, portava al mondo degli uomini, aprendo la strada al morente.

Questo rumore era detto in Romagna l’urlòz dla Madòna (l’orologio della Madonna); il moribondo sentiva dei fremiti (u m’è pasê’ sôra la mörta – mi è passata sopra la morte) poteva lottare con la morte stessa (fê’ a braza cun la mörta) ma il suo momento era giunto.

A questo punto le necessità concrete della vita imponevano di ritornare al quotidiano, ed allora erano alcuni parenti del defunto che si assumevano l’onere di avvertire la comunità del decesso; passavano, di casa in casa, per avvertire dell’avvenuta morte, atto che veniva definito zirê’ pre’ mört (girare per il morto).

Un segnale molto più concreto.

[1] In realtà per il fuoco la valutazione è ambivalente, presentandosi come rappresentativo del bene o del male a seconda delle situazioni nelle quali viene rappresentato. Ciò vale anche per altri elementi, per esempio l’acqua o gli animali. Qui vengono elencati elementi nel loro aspetto “primario”, ciò indipendente dalla loro interpretazione quando devono essere valutati in rapporto ad altri elementi o in funzione di ben determinate azioni, caso in cui potrebbero essere definiti come “interpretazioni secondarie”.

[2] Si veda, a questo riguardo, i lavori: QUADRISTORIA. Melusina, Lilith, Arlecchino e Pulcinella. Tradizioni popolari sulla famiglia in Romagna, mito e teatro, nell’ambito delle contrapposizioni e collaborazioni  nella lotta tra i sessi, (Parte Prima e Seconda) pubblicato alla pagina TESTI di questo stesso sito.

[3] Esiodo: Teogonia.

[4] Aspetti che sono stati confermati anche da studi di autori moderni, come Jenny Strauss Clay (The Ekate of the Teogony, Virginia University Press, 1983) e Thomas Kraus (Hekate, Heidelberg, 1960).

[5] Il concetto dell’uguaglianza degli uomini di fronte alla morte, espresso attraverso un paragone come questo, è comune a molte culture, non solo di tradizione popolare: si pensi alla poesia “La livella” di Antonio de’ Curtis (Totò) che termina appunto con la frase “… la morte è una livella …”.

[6] La descrizione e le caratteristiche dell' Annwyn  sembra siano state riportate, per la prima volta, dal Mabinogion di Pwyll, una parte di quel complesso trattato sulla mitologia norrena che è il Mabinogion.