Nella tradizionale “festa dei becchi” romagnola sopravvive l’antico concetto del “capro espiatorio”.

Una delle feste tradizionali più seguite in Romagna, almeno fino a qualche tempo fa, era la cosiddetta “festa dei becchi”, dove il termine racchiude il significato di “mariti traditi” (nel linguaggio popolare “cornuti” o, appunto, “becchi”) con un paragone di questi ultimi con il maschio della capra. 

Attualmente viene riproposta a Santarcangelo, durante la fiera di San Martino che si tiene attorno all’11 novembre, anche se, come succede per molte tradizioni popolari, oggi è ampliamente “riveduta e corretta” da variazioni che risentono dello spirito commerciale, turistico e merceologico di tutte le fiere dei nostri tempi.

L’origine sociale della festa va ricercata in quelle forme di “derisione collettiva” (in antropologia culturale note come “charivari”[1]) con le quali venivano messi alla berlina atteggiamenti socialmente riprovevoli e dannosi, ultimo stadio di un insegnamento collettivo: un tradimento coniugale è fonte di dissidi all’interno di una società geograficamente limitata, perciò un marito che non sa garantire la fedeltà della propria consorte è una figura riprovevole e quindi da condannare.

Ma questa spiegazione dell’origine del rito è solo un primo passo che scava appena al di sotto del ricordo corrente della tradizione.

Si può procedere oltre, scavare ulteriormente e chiedersi il perché del paragone del marito con il maschio della capra (appunto il “becco”) e perché la società umana ha sentito il bisogno del ricorso di queste forme rituali di derisione per proporre delle leggi etiche.

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Un’immagine dei riti di derisione verso un marito (presumibilmente) tradito dalla moglie. Sono in bella evidenza le corna mostrate alla coppia affacciata alla finestra. La manifestazione è accompagnata da suoni di tamburi e scoppi di fucilate, rumori che sono traccia di un evidente rito apotropaico. Altro aspetto tipico di questo genere di manifestazioni è la partecipazione collettiva.

Uno dei primi contatti che gli uomini antichi hanno tenuto con le divinità è rappresentato dal “sacrificio”, ossia quella offerta di beni (cibo, utensili, prodotti agricoli) di cui l’uomo stesso si privava per cederne una parte all’entità suprema.

Sebbene questo rito sia stato variamente descritto sotto diverse angolature da molti antropologi[2] fondamentalmente esso è basato su una forma di scambio: cedere qualcosa di prezioso alla divinità per ricompensarlo dei doni che egli stesso ha offerto agli uomini.

Ciò che veniva sacrificato doveva avere un certo valore, in quanto rappresentativo di beni importanti di cui l’uomo si privava, a dimostrazione dello sforzo al quale la società si sottoponeva. Di questo fatto ne abbiamo testimonianza in svariati documenti; valgano, per tutti, l’esortazione della teologia ebraica a “… sacrificare un agnello senza difetti …”[3] nel giorno dello Yom Kippur (giorno dell’espiazione), o il ricordo del pharmakos degli antichi greci, una vittima umana che veniva nutrita in maniera ben superiore alla norma prima di essere sacrificata[4].

In tutte le società antiche abbiamo testimonianze di sacrifici umani, dato che la vita è sempre stata considerata dagli uomini il bene più prezioso: tralasciando le culture greca e romana, da cui ci giungono innumerevoli testimonianze, ricorderemo i prigionieri dati alle fiamme dai Celti dentro gabbie di vimini ricordati da Cesare nel De Bello Gallico (tradizione attribuita da Tacito anche ai Britanni[5]) o i sacrifici umani dei Maya e degli Aztechi.

Oltre all’importanza attribuita alla vita umana, il fatto che il sacrificato fosse un uomo rivestiva anche un altro aspetto qualificante: egli era parte della società stessa e quindi perfetto testimone dello sforzo del gruppo umano nel privarsi di una parte dei propri beni; il fatto che egli fosse dotato di pensiero razionale faceva supporre che sarebbe stato in grado di esprimere questo sforzo alla divinità. Spesso il sacrificato era partecipe del rito prima della propria uccisione proprio per essere pienamente edotto di questo “sforzo comune”.

Si è spesso affermato che il termine “comunione” attribuita al rito fosse relativo alla partecipazione di tutti gli uomini (ad esclusione del sacrificato) in quanto il rito stesso aveva lo scopo di rafforzare i legami comunitari; non è improbabile, invece, che questa definizione si applicasse proprio alla presenza del sacrificato per renderlo testimone legittimo del sacrificio nei confronti della divinità a cui era destinato.

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D’altro canto proprio in quello che la cultura occidentale considera il più alto esempio di sacrificio, quello di Cristo, è innegabile la presenza della vittima all’atto del sacrificio stesso, e la sua coscienza di esserne messaggero presso Dio.

Non sappiamo in quale momento della storia dell’umanità il sacrificio cominciò ad assumere un significato più complesso, più legato alle paure di “avvenimenti futuri”, certo è che da semplice ringraziamento per beni materiali che erano stati concessi, il sacrificio cominciò ad assumere l’aspetto di un patto rivolto ad avvenimenti che dovevano ancora avverarsi, un’offerta anticipata per future concessioni: si cominciò a sacrificare affinché una guerra appena intrapresa avesse esito favorevole, o per essere garantiti di un raccolto abbondante.

Da “offerta di ringraziamento” il rito si trasformò in “patto reciproco”: si anticipò un bene in cambio di una promessa.

Divenne anche più versificato l’oggetto dell’offerta, forse perché le occasioni del rito divennero molto numerose, e non sempre talmente importanti da chiedere come contropartita una vita umana; prodotti della terra ed animali, soprattutto bovini ed ovini, sostituirono spesso la vittima umana.

Il perché della scelta di questi particolari animali è dovuto indubbiamente alla loro grande diffusione nell’Europa ed Asia antiche. Sono state tra le prime razze allevate per fornire cibo e materiale domestico, fornivano latte in abbondanza, avevano una taglia tale da non creare particolari problemi per la gestione dell’animale stesso; nel caso della capra, in particolare, la sua rusticità ne faceva un animale adatto a sopravvivere anche in ambienti ostili e con scarsa vegetazione.

Ancora oggi è l’animale tipico degli allevamenti nelle popolazioni che vivono negli aridi territori del terzo mondo.

Buoi e capre hanno accompagnato l’evoluzione della cultura umana passo a passo con l’uomo, segnandone profondamente anche la cultura: dai graffiti dell’età della pietra (la più antica rappresentazione rupestre che mostra animali addomesticati sembra risalire all’8000 a. C., nella cultura Çatal Hüyük) fino al periodo del tardo impero romano non c’è animale più rappresentato in immagini e più presente nei miti e nei racconti.

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Il capro come animale destinato all’immolazione, figura che ha poi trasferito la sua valenza religiosa all’agnello (Agnus Dei) della tradizione cristiana.

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Le corna elemento simbolico in divinità egizie. Presente in innumerevoli figure divine prima del cristianesimo, le corna hanno finito per diventare elemento iconico opposto al cristianesimo stesso, al punto di essere considerate il simbolo tipico del maggiore oppositore di questa religione, il demonio.

Nulla di strano quindi nel trovare una capra (o un capro) come l’animale più utilizzato nei riti sacrificali.

Ma il concetto di sacrificio si è evoluto ancora.

Se il rito era diventato quello di un patto con le divinità al fine di scongiurare pericoli futuri, fu normale identificare in tali pericoli non solo quelli tipicamente legati alla mera sopravvivenza (guerre, carestie, malattie) ma anche quelli connessi ai pericoli sociali.

Tutto ciò che era negativo per lo sviluppo della società (omicidi, furti, comportamenti asociali in genere) era considerato un male per il quale poteva essere richiesto l’aiuto delle divinità offrendo in cambio lo stesso valore che si offriva per scongiurare una carestia.

Anziché ritenere risolvibili questi mali con una gestione più oculata della propria evoluzione sociale, fu più semplice pensare di risolverli attribuendone la colpa ad una vittima che si assumeva l’onere di rappresentare la società nella sua interezza.

È da tale concetto che nacque l’idea del “capro espiatorio”.

Il rito del sacrificio venne messo in campo attenuando con ciò il senso di colpevolezza inconscio che nasceva da comportamenti scorretti (o, come li definisce William Ryan[6] “dissonanze cognitive che scaturiscono da trasgressioni morali”) che sono invece di tutta la collettività. La vittima viene caricata dei mali di una società intera, la quale si sente così libera dalla propria colpa ed evita un’analisi dei propri comportamenti.

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Il sacrificio di Isacco

Tornando ancora una volta al sacrificio di Cristo questo concetto è perfettamente evidenziato dall’espressione “…Agnus dei qui tollit peccata mundi…” .

Cristo si auto immola come capro espiatorio a favore di tutta l’umanità, assumendo su di sé i mali del mondo; ma se il suo è un gesto altruistico altrettanto non si può dire di chi trae vantaggio dal sacrificio.

Questo concetto è così fortemente radicato nell’animo umano da trasmettersi inalterato nel tempo fino ad oggi. La storia ci ha mostrato, fino ai nostri giorni, innumerevoli casi di colpevolizzazione di innocenti (minoranze politiche o religiose, ebrei, zingari, omosessuali) a riprova della persistenza di questo fenomeno.

Proprio in questa stessa categoria ricadono anche i “mariti traditi” dai quali abbiamo iniziato questo lavoro; il disagio di inevitabili imperfezioni in una struttura sociale quale il matrimonio non viene risolta con l’analisi del fenomeno e la proposizione di azioni riparatrici, ma con la creazione di una figura espiatoria.

Ancora una volta il problema viene ignorato, e si preferisce attribuire la colpa di un’anomalia ad una categoria sacrificale.

Fortunatamente, almeno in questo caso, all’uccisione viene sostituita la semplice derisione.

[1] Per il concetto di charivari vedere il lavoro: LE ORIGINI DEL CARNEVALE, Parte 1a e 2a, alla pagina TESTI di questo stesso sito.

[2] Il concetto di sacrificio come rito per rinsaldare i legami intertribali di W. Robertson Smith, quello di E. Durkeim sull’aspetto utilitaristico, fino a quello di “rinsaldamento del patto tra uomo e dio” di A. Ellegard Jensen, sono comunque tutti funzionali ad una forma di scambio di favori tra entità di diverso livello. Il concetto come “rito di restituzione” è stato trattato nel lavoro: IL RAPPORTO CON LE DIVINITA’: PAURA, PARITA’ O FELICE SOTTOMISSIONE?, alla pagina TESTI di questo stesso sito.

[3] Esodo, 12,5.

[4] Da cui, probabilmente, il modo di dire: “offrire un agnello grasso”.

[5] Tacito, Annales, XIV, 30.

[6] W. Ryan: Blaming the victim, Vintage Book, New York, 1972.