Ottobre 2012

Alcune mappe che illustrano Cesenatico nel passato mostrano dei bastioni (apparentemente in muratura) che, partendo dal porto-canale si allontanano da esso in maniera parallela alla costa, e anche obliquamente, realizzando una struttura difensiva. 

Che si tratti proprio di una struttura difensiva non ci sono dubbi.

Infatti la più antica di queste mappe, che rappresenta l’assedio dei Veneziani del 1643 mostra una bocca da fuoco che spara proprio protetto da tali bastioni, mentre in un’altra, risalente al XVII sec., la natura difensiva dalla struttura risulta evidente dalla sua collocazione.

Quale affidabilità dobbiamo accordare a queste due illustrazioni?

Dobbiamo ritenerle frutto della fantasia dei disegnatori o forse gli stessi artisti hanno interpretato in maniera personale alcune strutture difensive che magari erano costruite in tutt’altro modo?

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Sopra la mappa che mostra l’assedio dei Veneziani del 1643, sotto, un particolare della stessa che mostra i bastioni.

Un’analisi della prima pianta ci farebbe propendere per la tesi dell’interpretazione molto personale del disegnatore. Infatti non sono poche le inesattezze e l’approssimazione che risultano da un esame dettagliato di questo lavoro.

Innanzitutto l’esame delle scritte riportate nei due cartigli che la corredano. La prima scritta, in un cartiglio rettangolare, riporta:

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Pianta del sec. XVII che mostra ancora una volta i bastioni.

Per intelligenza d’alcune cose è da sapere, come da C . D . per fino al Ponte di pietra vi è distanza per.che n° i 06. E da questo per fino alla Porta segnata G . per.che n° i 09. Che in tutto fanno Per. che n° i 25. Ma misurando con la scala non riuscirà giusta la misura, e questo aviene per causa che nel foglio di carta non ci è potuto capire cotali distanze.”

In parole povere il disegnatore avverte che la mappa non rispetta una scala corretta, e quindi non ci si deve aspettare di ritrovare, sulla pianta stessa, delle lunghezze che rispettino il giusto rapporto (…Ma misurando con la scala non riuscirà giusta la misura…).

In secondo luogo il disegnatore compie degli errori di misura quando riporta la somma di due distanze (…da C . D . per fino al Ponte di pietra vi è distanza per.che n° i 06. E da questo per fino alla Porta segnata G . per.che n° i 09. Che in tutto fanno Per.che n° i 25), ossia rileva una distanza di pertiche italiane 6 dal punto C al punto D, e da questo al punto G pertiche italiane 9, per un totale di pertiche italiane 25.

Ma 6 più 9 fa 15, e non 25, cosa che denota poca attenzione da parte del realizzatore della mappa. Che, d’altro canto, la mappa stessa sia stata realizzata in maniera approssimativa, lo dimostra anche il secondo cartiglio riportato dove, sotto i bracci di un compasso, viene riportata la scritta:

 

scala di pertiche n° i 5 di Cesena co’ le quali so’ misurata la presete piata

 

Il disegnatore scrive “presete” anziché “presente”, e “piata” anziché “pianta”.

Accortosi dell’errore corregge banalmente il tutto ponendo un segno (nell’immagine appare come un trattino) nei punti in cui ha notato l’errore, metodo comune quando utilizzato da estensori di manoscritti di minore importanza e destinato generalmente ad un pubblico privato (atti amministrativi, libri mastri societari) ma non in mappe destinate alla consultazione.

Quindi una pianta realizzata in maniera molto grossolana, che non ci permette di fare delle considerazioni corrette delle distanze tra i vari edifici (come, d’altro canto, ci aveva già avvertito il disegnatore) ma la cui approssimazione rivelata dall’analisi riportata induce però dei dubbi anche sull’esistenza o meno di certe strutture.

Per esempio viene mostrata una porta sulla strada per Cesena realizzata in maniera così imponente e per la quale dovrebbe risultare qualche traccia documentale; riporta anche una vista delle “palate” che coincide, grosso modo, su quanto si sa delle tecniche costruttive del porto [1], ossia pali battuti a realizzare casseforme riempite con massi, ma mostra anche delle palate più semplici, a destra di quelle esistenti, quasi a suggerire una costruzione in corso o a qualcosa da costruire nel futuro, elementi mostrati però anche in un altro documento, il cosiddetto “alzato Masini” del 1577.

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I due cartigli inseriti nella mappa, e che riportano le frasi sbagliate ricordate nel testo.

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Le palate “future”, a destra di quelle esistenti.


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Particolare dell’ “alzato Masini”.

In definitiva viene il dubbio che il disegnatore abbia teso perlomeno a “magnificare” alcuni particolari del paese.

Lo stesso dubbio viene per la pianta del sec. XVII, soprattutto a causa della grandiosità e complessità dei bastioni. Un’opera di questo genere non potrebbe non essere ricordata in testi di storia locale, così come la sua demolizione dovrebbe in qualche modo aver lasciato una traccia se non altro nel successivo utilizzo del materiale da costruzione.

Il fatto però che tanto i bastioni che il relativo fossato siano stati riportati in due mappe può far pensare all’esistenza di una più semplice struttura difensiva, magari un terrapieno e un canale, strutture queste che possono essere scomparse nel tempo in maniera molto più “anonima” e non rilevata da documenti scritti.

Unica traccia residua potrebbe essere un canale, definito “canale del molino”, riportato in una mappa dovuta a tecnici dal catasto idrografico, organizzazione, questa, alla quale si può concedere una maggiore affidabilità. Questo lavoro, datato 1845 e dovuto al tecnico Giuseppe Foschi su incarico del Presidente del Consorzio del Savio Emanuele Mazzoli, riporta un canale che si inserisce al di sotto di una struttura muraria identificabile con il fortino napoleonico, all’interno del quale esisteva evidentemente un mulino, che avrebbe potuto essere “da grano”, per permettere ai militari la sussistenza in caso di assedio, ma anche da “zolfo”, per la fabbricazione della polvere da sparo.

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Sopra la mappa idrografica che mostra il “canale del Molino” (identificato dalla freccia) e, sotto, un particolare della stessa dalla quale si nota l’inserimento del canale sotto la struttura muraria del fortino napoleonico.

Sappiamo, infatti, che esistevano mulini per la macinazione e raffinazione dello zolfo, proveniente dalle miniere delle colline cesenati, sul fiume Savio e sul torrente Borello, e che a Rimini era presente, fino agli inizi dell’ottocento, un mulino analogo annesso ad uno stabilimento chimico di proprietà della famiglia francese Picard [2].

Il Dott. Denis Sami, dell’Università di Leicester, convinto che esista questa possibilità, sta eseguendo una ricerca basata su rilievi fotografici aerei, per identificare l’eventuale traccia del terrapieno[3].

[1] R. Cortesi, F. Cortesi: Caratteristiche costruttive dell’antico porto di Cesenatico, su Studi Romagnoli, LXI (2010), Stilgraf, Cesena, 2011

[2] Pier Paolo Magalotti, comunicazione personale.

[3] Denis Sami, comunicazione personale.