Maggio 2016

Per quanto al giorno d’oggi Cesenatico debba buona parte dei suoi introiti economici all’attività turistica, tuttavia non ha mai dimenticato, né tantomeno rinnegato, il suo passato di “paese di marinai”; anzi la sempre più diffusa consapevolezza dell’importanza del proprio passato, una delle caratteristiche che ha contraddistinto l’evoluzione culturale della città negli ultimi decenni, ha spinto ad approfondire la conoscenza di questa sua particolare caratteristica. 

I risultati sono stati evidenziati in maniera concreta: la città si porta addosso, nella sua struttura”fisica”, diverse tracce di questa consapevolezza (di cui il Museo della Marineria è indubbiamente la punta di diamante) ma non mancano testimonianze nella produzione libraria, nell’interesse su questo argomento dimostrato dalle strutture educative e culturali e dalla stessa componente “non marinara” della popolazione.

Quest’ultimo aspetto è forse il più interessante. Fino agli anni 50 – 60 dello scorso secolo l’appartenere alla categoria dei marinai era considerato un fatto quasi svilente: i marinai erano considerati tra gli ultimi nella scala sociale, pressoché ghettizzati nella parte di paese da loro occupata da secoli (quella zona di Ponente tra via dello Squero e via M. Moretti e zone limitrofe) essendo tutta la restante area urbana, o quasi, occupata da artigiani, commercianti, professionisti e, buon ultimi, da albergatori.

Poi gli studi a cui si è accennato (senza dimenticare naturalmente gli sforzi degli stessi marinai per dotarsi di strutture sempre più adeguate al cambiamento della società cittadina) ha riportato il giusto equilibrio.

Si è usato volutamente, fino a qui, il termine “marinai” anziché “pescatori” perché proprio uno dei primi risultati di queste indagini sul passato della città ha messo in evidenza come Cesenatico sia stato innanzitutto un porto commerciale, cosa che, d’altro canto, avrebbe dovuto essere più ovvia di quanto non lo sia stato, visto che si è sempre saputo dell’importanza attribuita dai cesenati al “loro” porto sull’Adriatico ed agli sforzi di questa città dell’interno per dotarsi di questa struttura, ed ancora della medesima importanza che al porto attribuì Cesare Borgia, tale da incaricare Leonardo di migliorarne le prestazioni.

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C’è voluto invece qualche lavoro di alcuni studiosi del settore per mostrare questo fatto, comunque ormai accettato.

Oggi sappiamo che da Cesenatico, prima delle barche che pescavano in mare aperto, c’erano battelli che trasportavano zolfo e carbone, legname e suppellettili, e che le loro destinazioni erano ben più in là del mare aperto, raggiungendo tutti i porti dell’Adriatico e quelli della costa prospiciente la nostra.

Anche la torre a difesa del porto, della quale rimane oggi purtroppo solo una traccia in piazzale Ciceruacchio, era destinata a difendere più i traffici commerciali che (occorre essere realisti) i pochi abitanti di un piccolo paese dalle incursioni dei saraceni.

Poco invece è stato finora messo in evidenza di quanto il porto di Cesenatico fosse considerato un approdo “sicuro” (termine le cui sfumature dovremo comunque chiarire) un attracco al quale si poteva fare affidamento nel caso si dovesse raggiungere l’entroterra giungendo dal mare.

La vicenda della partenza, proprio da questo porto, di Giuseppe Garibaldi e dei suoi uomini, è stata trattata dall’agiografia in maniera forse anche troppo romanzata ed esasperata, tale da non poter giustificare l’importanza del porto come luogo sicuro, ma è poco noto, per esempio, che proprio a Cesenatico giunse il papa Gregorio XII.

Angelo Correr, papa dal 1406 al 1415 col nome di Gregorio XII (famoso anche per essere stato uno dei pochi papi che rinunciò al titolo prima della morte) succedette a Innocenzo VII, e fu eletto da un conclave di obbedienza romana.

Era il periodo dello Scisma d’Occidente, che vedeva tre papi disputarsi il trono di Pietro; oltre a Gregorio, che aveva tra i suoi difensori il re di Napoli Ladislao e il principe Carlo I Malatesta, si ritenevano papi anche Benedetto XIII, protetto dal re Martino I d'Aragona, e Giovanni XXIII che si trovava ad Avignone (questi ultimi due considerati antipapi da Roma).

Abbandonato anche dal re Ladislao, e nonostante l’aiuto a Gregorio del Malatesta, il concilio di Pisa dichiarò decaduti tutti e tre i papi, ed elesse Martino V.

A Gregorio non rimase che fuggire presso Carlo I Malatesta, e sbarcò a Cesenatico il 22 dicembre 1411 [1]. Tra il 1411 e il 1415 Gregorio visse da esule a Rimini.

È interessante il fatto che Gregorio, che pure aveva scelto Rimini come sua sede (allora feudo Malatestiano) decidesse, fuggendo da Roma e dopo aver circumnavigato tutta la penisola, di sbarcare a Cesenatico, dopo essere passato evidentemente davanti a Rimini.

Fu probabilmente una scelta politica, e questo ci permette di evidenziare un aspetto del termine “sicuro” riferito al porto, come si era anticipato: lontano da Cervia e da Rimini, dove in quel tempo vi erano gerarchie ecclesiastiche ben più importanti di Cesenatico (entrambe erano infatti sedi vescovili) l’ex pontefice pensò probabilmente che il suo arrivo avrebbe destato meno sospetti, permettendogli di raggiungere Rimini in maniera più anonima.

Le stesse considerazioni le fece probabilmente anche Beatrice d’Aragona (1457-1508), quartogenita di Ferrante I re di Napoli, andata sposa al re d’Ungheria Mattia Corvino; rimasta vedova del re, e non avendo avuto figli, cercò di opporsi al tentativo di insediamento regale del figliastro di Mattia, Giovanni, tentando di convolare a nozze con

Ladislao II, re di Boemia. Sfumato il suo piano, e di fronte all’ostilità della corte ungherese, Beatrice decise di tornare a Napoli.

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Due diverse immagini del papa Gregorio XII.

Nel viaggio di ritorno, giunta a Venezia si imbarcò per Cesenatico, dove giunge nel 1501, e da qui raggiunse a Ferrara la sorella Eleonora d’Aragona, Duchessa di Ferrara, Modena e Reggio[2]: anche lei, evidentemente, ritenne più sicuro approdare a Cesenatico che non recarsi a Ferrara direttamente da Venezia.

E la storia si ripeté un’altra volta con Giulio II, Giuliano della Rovere, papa dal 1503 fino alla morte, più noto forse come militare che come massimo rappresentante della Chiesa Romana; durante una delle sue tante guerre che lo vide opporsi ai Veneziani per il dominio di alcune signorie romagnole, dopo l’altalenarsi di varie vicende belliche, nel 1511 perse la città di Bologna, e per ritornare a Roma si imbarcò a Cesenatico[3].

Se per queste persone la sicurezza del porto di si doveva a considerazioni politiche, per altri la stessa sicurezza assumeva più il concetto della tranquillità, di un luogo lontano dalle preoccupazioni della politica, nel quale era possibile dedicarsi a quei “moti dello spirito” che contraddistinguevano gli uomini politici che non disdegnavano dedicarsi anche alla cultura umanistica.

Così il cardinale Pietro Bembo, durante le sue peregrinazioni per l’Italia come segretario di papa Leone X, approfittò di una sosta, nel porto di Cesenatico, per inviare alcuni suoi versi all’amico Federigo Fregoso, un cardinale interessato agli scritti umanistici che si trovava in quel momento alla corte di Urbino[4].

Il senso di sicurezza dell’approdo in rapporto invece a problemi più schiettamente “fisici” (primi tra tutti i “briganti”) la possiamo dedurre dalla storia della traslazione dei resti di San Rogato, avvenuta nel 1641, che dalle catacombe di San Callisto, a Roma, furono trasportate via mare a Cesenatico, per proseguire per Cervia, città particolarmente legata a questo santo.

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Beatrice d’Aragona

Anche in questo caso si preferì l’approdo a Cesenatico, per poi procedere con una processione guidata dal vescovo cervese, dalla chiesa di San Nicola, dove i resti furono temporaneamente ricoverati, fino alla cattedrale di Cervia[5].

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Pietro Bembo

Oggi esistono a Cesenatico molte iscrizioni pubbliche (targhe, lapidi, ecc…) che ricordano personaggi storici del passato nazionale; si tratta in maggioranza di uomini politici che hanno operato dal risorgimento in poi. L’unica iscrizione che si spinge anteriormente a queste date è quella dedicata alla visita di Giacomo III Stuart posta sotto il portichetto della chiesa di San Nicola.

Non sarebbe male poter ricordare in qualche modo anche i personaggi sopra menzionati, se non altro per fornire una patente di “ maggiore antichità” al paese.

Ne trarrebbe vantaggio la cultura e, perché no, anche il turismo (filosofia a chi l’intende).

[1] Gherardo Ortalli, Gregorio XII in Enciclopedia Italiana, Roma, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 2000.

[2] E. Póntieri, Per la storia del regno di Ferrante I d'Aragona, re di Napoli, Napoli 1946.

[3] Istorie della città di Firenze: di Jacopo Nardi, ridotte alla lezione de’ Codici originali con l’aggiunta del decimo libro inedito, a cura di Lelio Arbib, Nabu Press, Firenze, 2012; G. R. Terminiello, Giulio II: papa, politico, mecenate, a cura di Giulio Nepi, De Ferrari, Genova, 2005.

[4] C. Kidwell, Pietro Bembo, Lover, Linguist, Cardinal, Montreal and Kingston University Press, 2004.

[5] U. Foschi, La costruzione di Cervia Nuova, su: Cervia, pagine di storia, cultura e tradizioni, a cura di Renato Lombardi, Centro Grafico Cervese, 2007. Foschi rintraccia una serie di notizie desumendole dal Notizie di Cervia Vecchia del canonico Senni.